sabato 3 gennaio 2009

Capitolo III: I catalani

A cento passi dalla locanda dove i due amici bevevano lo spumoso vino di Lama lgue, con occhi e orecchie aperti, si trovava il piccolo villaggio dei Catalani, dietro ad un’altura spoglia e arida, per il sole e per il soffiare del maestrale.
Tempo prima, una colonia misteriosa partì dalla Spagna e giunse fino alla lingua di terra che abita ancora oggi. Non si sapeva da dove arrivasse e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia di ceder loro quel promontorio, su cui avevano ritirato le navi come gli antichi marinai. La loro domanda fu accolta e tre mesi dopo si trovava un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che quegli stessi uomini avevano portato a terra. Il villaggio, costruito in modo bizzarro e pittoresco, di stile metà morisco e metà spagnolo, è quello che oggi è abitato dai lor discendenti, che ancora parlano ancora la lingua dei padri. Anche dopo tre o quattro secoli sono rimasti fedeli al piccolo promontorio in cui si erano imbattuti come uno stormo di uccelli di mare, senza mischiarsi alla popolazione marsigliese, sposandosi sempre tra loro e conservando usi e costumi della loro madre patria, così come ne hanno conservato la lingua. Ci seguano ora i nostri lettori attraverso una strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali il sole ha dato all’esterno il bel colore delle foglie d’autunno come ai monumenti del paese, e all’interno uno strato di tinta gialla che forma l'unico ornamento delle Posadas spagnole. Una bella ragazza dai capelli neri come l'ebano e gli occhi liquidi di una gazzella stava in piedi e, appoggiata ad un tramezzo, sfrondava tra le sue dita sottili di disegno antico una tenera erica di cui strappava i fiori, già sparsi in parte a terra; le sue braccia nude fino al gomito, brune ma che sembravano modellate su quelle della Venere d'Arles, fremevano con impazienza febbrile, e lei batteva a terra il piede agile e inarcato, in modo da fare trasparire la forma pura e superba della gamba, ornata da un calza di cotone rosso a rombi grigi e azzurri. A tre passi da lei, sopra una cassa, c’era un robusto giovane di venti-ventidue anni che si dondolava con un movimento rozzo, con il gomito appoggiato ad un vecchio mobile tarlato, che la guardava con un'aria da cui si intuiva l'interno contrasto tra l'inquietudine e il dispetto.
I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della ragazza dominava il suo interlocutore. “Vediamo, Mercedes - diceva il giovane - fra poco sarà Pasqua, ecco un ottimo periodo per un matrimonio.”
“Vi ho risposto cento volte, Fernand, e dovete proprio volervi male ed essere nemico di voi stesso farmi ancora questa domanda.”
“Ebbene, ripetetelo ancora, vi prego, ripetetelo ancora, per convincermi; ditemi per la centesima volta che rifiutate il mio amore, malgrado l'approvazione di vostra madre; assicuratemi ancora una volta che vi prendete gioco della mia felicità, che la mia vita e la mia morte non valgono niente per voi. Ah, mio Dio! Aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedes, e perdere questa speranza, che era l’unico obiettivo della mia vita!”
“Ma io non ho mai incoraggiato questa speranza, Fernando - rispose Mercedes - non vi ho nemmeno mai fatto neanche un complimento. Vi ho sempre detto: "Io vi amo come un fratello, ma non desiderate mai da me altro, se non questa amicizia fraterna, poiché nel mio cuore c’è un altro!". Non vi ho sempre detto così, Fernand?”
“Sì, lo so bene, Mercedes - rispose il giovane - vi siete compiaciuta nei miei confronti del merito crudele della vostra franchezza. Ma dimenticate che c’è fra i catalani una legge sacra, che ordina di sposarci tra di noi.”
“V'ingannate, Fernand: non è una legge, ma una consuetudine, ecco tutto! Credetemi, non vi giova invocare questa consuetudine! Siete arruolato, la libertà che avete non è che semplice tolleranza. Da un momento all'altro potete essere chiamato al servizio militare e, una volta soldato, che fareste di me? Che fareste di una povera orfanella infelice, senza beni, che possiede solo una capanna quasi in rovina, a cui è attaccata qualche rete usata, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno è morta, pensate, Fernand, e io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta fingete che io vi sia utile, solo per darmi il diritto di dividere la vostra pesca; io accetto, perché siete il figlio del fratello di mio padre, perché noi siamo stati allevati assieme e, soprattutto, perché vi darei troppo dispiacere se rifiutassi. Ma capisco bene che il pesce che vado a vendere e dal quale traggo il denaro per comprare la canapa che filo, Fernand, altro non è che elemosina.”
“E che importa, Mercedes! Così povera e sola come siete mi piacete assai più che la figlia del più superbo armatore, o del più ricco banchiere di Marsiglia. Cosa desidero? Una donna onesta ed atta alle faccende domestiche. Chi potrei trovar meglio di voi da questo punto di vista?”
“Fernand - rispose Mercedes scuotendo la testa - si diventa incapaci nelle faccende domestiche e non si può garantire di restare una moglie per bene quando si ama un altro uomo, che non è il marito. Accontentatevi della mia amicizia perché, ve lo ripeto, è tutto quello che posso promettervi, e io non prometto che quanto sono sicura di mantenere.”
“Sì, lo capisco. Voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedes, se mi amerete tenterò la fortuna; voi mi porterete felicità, ed io diventerò ricco. Posso migliorare il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in una banca, posso diventare negoziante.”
“Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernand: voi siete soldato! Se siete ancora qui, ai Catalani, è perché non c’è guerra; restate dunque pescatore, non fate sogni che renderebbero ancora più terribile la realtà, e accontentatevi della mia amicizia, perché io non posso darvi altro.”
“Avete ragione, Mercedes… sarò un marinaio! Avrò, invece del costume dei nostri padri, che disprezzate, un cappello col fiocco, una camicia a righe e una giacca azzurra con le ancore sui bottoni... Non è così che bisogna essere vestito per piacervi?”
“Cosa volete dire? - domandò Mercedes con uno sguardo imperioso – Cosa volete dire? Non vi capisco.”
“Voglio dire, Mercedes, che siete così inflessibile e crudele con me perché aspettate qualcuno vestito così. Ma quello che voi aspettate è incostante; e se non lo è, il mare lo è per lui.”
“Fernand! - esclamò Mercedes - io vi credevo buono e mi sono ingannata! Avete un cuore cattivo, invocate solo per la vostra gelosia la collera di Dio. Ebbene sì, non vi nascondo nulla, aspetto e amo colui che dite e se non tornerà, invece di accusarlo di incostanza, dirò che è morto amandomi.”
Il giovane Catalano fece un gesto di rabbia.
“Vi capisco, Fernand. Ve la prendereste con lui perché non vi amo, incrocereste il coltello catalano col suo pugnale. Ma cosa ci guadagnereste? Perdereste la mia amicizia uscendo sconfitto e vedreste cambiarsi in odio la mia amicizia uscendo vincitore. Credetemi, sfidare a duello un uomo è un pessimo mezzo per piacere alla donna che ama quell'uomo. No, Fernand, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non potete avermi in moglie, vi accontenterete di avermi amica e sorella. D'altronde - aggiunse commossa e con gli occhi bagnati dalle lacrime - aspettate, aspettate, Fernand, lo avete detto or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che si susseguono burrasche su burrasche!”
Fernand restò impassibile. Non cercò di asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance di Mercedes, anche se avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lacrime che scorrevano per un altro. Si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedes con lo sguardo cupo e con i pugni fortemente serrati.
“Vediamo, Mercedes – disse – ditemi, ancora una volta... Avete deciso?”
“Io amo Edmond Dantès - disse freddamente la ragazza - e nessuno se non Edmond sarà il mio sposo!”
“E lo amerete per sempre?”
“Finché avrò vita!”
Fernand chinò la testa scoraggiato ed emise un sospiro che sembrò un gemito. Ad un tratto, alzando la fronte, coi denti serrati e le narici socchiuse:
“Ma se è morto?”
“Se è morto, morirò anch’io!”
“E se vi dimentica?”
“Mercedes! - esclamò una voce felice proveniente dall’esterno della capanna - Mercedes!”
“Ah - esclamò la ragazza arrossendo di gioia, esultando d'amore - vedi bene che non mi ha dimenticata, eccolo qua!”
Si lanciò verso la porta e aprì gridando:
“Vieni, Edmond, eccomi!”
Fernand indietreggiò pallido e fremente, come fa un viaggiatore alla vista di un serpente e, urtando nella cassa, ci ricadde a sedere. Edmond e Mercedes erano tra le braccia l'una dell'altro. Il sole ardente di Marsiglia, che penetrava attraverso l'apertura della porta, li inondava in un torrente di luce. Sulle prime non videro niente di ciò che li circondava: una felicità immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole tronche che sono lo slancio della gioia più pura, così istintive e naturali da sembrare espressioni di dolore.
Ad un tratto Edmond scorse nell’ombra la figura pallida e minacciosa di Fernand; con un moto di cui egli stesso forse non si era accorto, il catalano aveva messo la mano sul coltello alla cintura.
“Scusate - disse Dantès inarcando le sopracciglia - non avevo notato che eravamo in tre.”
Poi volgendosi a Mercedes domandò:
“Chi è questo signore?”
“Sarà il tuo migliore amico, perché è il mio. È mio cugino e mio fratello, è Fernand, l'uomo che dopo di te, Edmond, amo di più su questa terra.”
Edmond, senza abbandonare Mercedes di cui teneva una mano, stese con un movimento di cordialità l'altra mano al catalano. Ma Fernand, invece di corrispondere al gesto amichevole, restò muto e immobile come una statua. Allora Edmond posò il suo sguardo sospettoso prima su Mercedes, commossa e tremante, poi su Fernand cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. La collera salì alla sua fronte.
“Non sarei venuto con tanta fretta da te, Mercedes, se avessi saputo di trovarci un nemico.”
“Un nemico! - esclamò Mercedes rivolgendo uno sguardo preoccupato al cugino - un nemico in casa mia tu dici, Edmond? Se lo credessi, ti darei subito il mio braccio e me ne andrei a Marsiglia, abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede.”
L'occhio di Fernand ebbe un lampo.
“Se ti accadesse una disgrazia, mio Edmond - continuò lei con lo stesso implacabile sangue freddo, che provava a Fernand che la ragazza aveva saputo leggere fin nel profondo dei suoi sinistri pensieri - se ti accadesse qualche disgrazia, salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli con la testa in avanti.”
Fernand divenne spaventosamente pallido.
“Ma tu ti sbagli, Edmond - continuò ancora - tu qui non hai nemici: qui non c'è che Fernand, mio fratello, che ti stringerà cordialmente la mano, come ad un amico.”
A queste parole la ragazza fissò il suo sguardo imperioso sul catalano che, come stregato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmond e gli tese la mano. Il suo odio, pari ad un’onda impotente per quanto furiosa, si infranse contro l'ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena ebbe toccata la mano di Edmond, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva e, slanciandosi fuori della capanna correndo come un insensato e intrecciandosi le mani nei capelli esclamava:
“Oh, chi mi libererà da quest'uomo? Povero me! Povero me!”

 “Ehi, catalano! Ehi, Fernand, dove corri?” disse una voce.
Il giovane si fermò, si guardò intorno riconobbe Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie di vite.
“Ehi! - disse Caderousse - Perché non vieni qui? Hai così tanta fretta da non avere il tempo di dire buongiorno agli amici?”
“Soprattutto quando hanno una bottiglia quasi piena davanti…” soggiunse Danglars.
Fernand guardò quei due uomini con occhi assenti e non rispose nulla.
“Sembra proprio stordito - disse Danglars, urtando il ginocchio di Caderousse. - possibile che ci siamo sbagliati e che Dantès trionfi in barba a quanto previsto?”
“Diavolo, dobbiamo saperlo! - disse Caderousse e, volgendosi verso il catalano - ebbene, ti decidi?” Fernand asciugò il sudore che gli grondava dalla fronte ed entrò lentamente sotto il pergolato. L'ombra sembrava restituire un po' di calma ai suoi sensi e la freschezza un poco di sollievo al corpo spossato.
“Buongiorno – disse - Mi avete chiamato, non è vero?”
E fu piuttosto un cadere che un sedersi il suo, su di una delle panche attorno alla tavola.

“Ti ho chiamato perché correvi come un pazzo, e perché ho avuto paura che andassi a gettarti in mare - disse ridendo Caderousse - che diavolo! Quando uno ha degli amici, non è soltanto per offrir loro un bicchiere di vino, ma anche per impedirgli di andare a bere tre o quattro pinte d'acqua.”
Fernand mandò un gemito che sembrava un singhiozzo e lasciò cadere la testa sopra le braccia incrociate sulla tavola.
“Ebbene! Vuoi che lo dica io, Fernand - riprese Caderousse intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, alla quale la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia - hai l'aria di un amante sconfitto.” E accompagnò questo scherzo con una forte risata.
“Balle - intervenne Danglars - un giovanotto dotato della sua forza non è fatto per essere sconfitto in amore; tu ti prendi gioco di lui, Caderousse.”
“Niente affatto - riprese l’altro - non senti come sospira? Coraggio, Fernand - disse Caderousse - alza in alto il naso e rispondi. È scortese non rispondere agli amici che ti chiedono come stai.”
“La mia salute va bene” disse Fernand stringendo i pugni, ma senza alzare la testa.
“Ah, vedi, Danglars - disse Caderousse, strizzando un occhio all'amico - ecco com’è la faccenda: Fernand, che vedi qui, e che è un buono e bravo catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedes, ma sfortunatamente sembra che la bella ragazza sia innamorata del secondo del Pharaon. E siccome questo battello è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci...”
“No, io non capisco niente” disse Danglars.
“Il povero Fernand avrà ricevuto il suo congedo.”
“E quindi? - disse Fernand alzando la testa e guardando Caderousse come in cerca di qualcuno con cui
sfogare la sua collera - Mercedes non dipende da nessuno, non è vero? Dunque è libera di amare chi vuole.”
“Ah! Se tu la prendi così - disse Caderousse - è tutta un’altra cosa. Ti credevo un catalano, e mi era stato detto che i catalani non si lasciano soppiantare da un rivale, e che specialmente Fernand fosse un uomo terribile nella vendetta.”
Fernand sorrise con un sorriso di pietà.
“Un innamorato non è mai terribile” disse.
“Povero ragazzo - riprese Danglars, fingendo di compiangerlo dal più profondo dell'anima - che vuoi tu? Lui non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto. É forse infedele, o altro? Queste cose sono tanto più sconvolgenti quanto più ci accadono all’improvviso, e senza che ce le aspettassimo.”
“In fede mia - disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Malaga cominciava a fare il suo effetto - Fernand non è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès. Non è vero, Danglars? Non importa – aggiunse versando un bicchiere di vino a Fernand e riempiendo il proprio per l'ottava o decima volta, mentre Danglars aveva appena assaggiato il suo - non importa, e nel frattempo lui si sposa Mercedes: almeno ritorna per questo.”
Danglars fissava uno sguardo scrutatore per scoprire cosa provasse il cuore del giovane, sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo liquido.
“E quando si faranno le nozze?” domandò.
“Oh, non sono ancor fatte…” mormorò Fernand.
“No, ma si faranno - disse Caderousse - così come Dantès sarà capitano del Pharaon. Non è così, Danglars?”
Danglars rabbrividì a questo colpo inatteso e si voltò verso Caderousse per capire se era stato premeditato, ma non lesse che invidia, su quel viso fattosi quasi ebete dall'ubriachezza.

“Ebbene - disse, riempiendo i bicchieri - beviamo dunque alla salute del capitano Edmond Dantès, marito della catalana!” Caderousse portò il bicchiere alla bocca e con mano pesante lo tracannò in un fiato. Fernand prese il suo e lo ruppe gettandolo a terra. "Eh! eh! eh! - disse Caderousse - cosa vedo sull'alto del promontorio, laggiù, verso i Catalani? Guarda tu, Fernand, che hai una vista migliore della mia; credo di cominciare a veder doppio, sai che il vino è un traditore... Si direbbe che i due amanti passeggino, tenendosi vicini vicini! Il cielo mi perdoni! Non sanno d'esser visti... Eccoli!”
Danglars si godeva ogni piccolo cenno di sofferenza sul viso di Fernand, che si scomponeva in modo assai evidente.
“Li riconoscete, Fernand?” disse.
“Sì - rispose questi con flebile voce - sono Edmond e Mercedes.”
“Ah, vedete - disse Caderousse - li avevo riconosciuti! Che bella ragazza! E diteci quando si faranno le nozze, poiché Fernand si è ostinato a non volercelo dire.”
“Vuoi tacere? - disse Danglars, simulando di trattenere Caderousse, che con l’audacia dell'ubriaco si sforzava di piegarsi fuori dal pergolato - Cerca di tenerti dritto, e lascia agli innamorati la loro intimità. Guarda Fernand e prendi esempio da lui, è un uomo ragionevole.”
Forse Fernand, ormai al limite e punto da Danglars come il toro dai giostratori, stava per slanciarsi: si era già alzato e sembrava raccogliersi per scagliarsi contro il suo rivale, ma Mercedes, ridente e accorta, alzò la sua bella testa e fece brillare il suo sguardo limpido.
 Allora Fernand si ricordò della minaccia che aveva fatto di morire se Edmond fosse morto, e ricadde scoraggiato sulla panca. Danglars guardò quei due uomini: l'uno imbestialito dall'ubriachezza, l'altro dominato dall'amore.
“Non otterrò niente da questi imbecilli – mormorò - e ho una gran paura di essere qui fra un ubriaco ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubriaca con del vino, mentre dovrebbe farlo con il fiele; ecco un grande imbecille al quale viene tolta la sua bella da sotto al naso, e si accontenta di piangere e di lamentarsi come un ragazzo: e sì che ha gli occhi fulminanti degli spagnoli, dei siciliani e dei calabresi, che sanno vendicarsi così bene, e dei pugni che romperebbero la testa a un bue come la mazza del macellaio! Decisamente il destino di Edmond è dolce: sposerà la ragazza, sarà fatto capitano e ci deriderà, a meno che...- un sinistro sorriso affiorò alle labbra di Danglars - a meno che io non intervenga...” concluse.
“Ehi! - continuava a gridare Caderousse, mezzo alzato e con i pugni sulla tavola - ehi, Edmond, non hai visto dunque i tuoi amici, o sei già diventato così superbo da non parlare con loro?”
“No, mio caro Caderousse - rispose Dantès - io non sono superbo, sono felice! E la felicità acceca, credo, assai più della superbia!”
“Finalmente! Ecco una bella spiegazione - disse Caderousse – oh, buongiorno signora Dantès.”
Mercedes salutò con serietà.
“Questo ancora non è il mio nome – disse - e nel mio paese è di cattivo auspicio chiamare le ragazze con il nome del fidanzato prima che sia loro marito. Vi prego dunque di chiamarmi Mercedes.”
“Bisogna perdonare il buon vicino - disse Dantès - si sbaglia di poco.”
“Dunque le nozze sono vicine, Dantès?” disse Danglars salutando i due giovani.
“Il più presto possibile, signor Danglars: oggi ci metteremo d’accordo con mio padre e al massimo domani il pranzo di fidanzamento, qui alla Resérve. Spero che gli amici ci saranno, e ciò vuol dire che siete invitato, signor Danglars, e tu, Caderousse, non mancherai.”
“Fernand - disse Caderousse ridendo - sarà invitato anche lui?”
“Il fratello della mia sposa è anche mio fratello - disse Edmond - e sia io che Mercedes saremmo molto dispiaciuti se si allontanasse da noi in questa circostanza.”
Fernand aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in gola e non riuscì ad articolare le parole. “Oggi gli accordi, domani o dopo il fidanzamento! ...Che diavolo! Capitano, voi avete molta fretta.”
“Danglars - rispose Edmond sorridendo - vi dirò ciò che Mercedes ha detto a Caderousse: non mi date un titolo che non mi appartiene... Mi porterebbe cattivo augurio.”
“Scusate - precisò Danglars - dicevo semplicemente che voi avete molta fretta. Che diavolo! C’è tempo; il Pharaon non metterà la vela che fra tre mesi.”
“Si ha sempre fretta di essere felici; quando uno ha sofferto lungamente, fa fatica a credere alla felicità. Ma non solo l’egoismo che mi fa fare tutto con una certa premura; occorre che io vada a Parigi.”
“Ah davvero? A Parigi? É la prima volta che ci andate, Dantès?”
“Sì.”
“Ci andate per affari?”
“Non per conto mio; è un'ultima commissione del nostro capitano Leclère da adempiere; voi capirete, Danglars, che questa è cosa sacra. D'altronde, state tranquillo che ci metterò solo tempo necessario per l'andata e il ritorno.”
“Sì, sì capisco - disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse fra sé abbassando la voce - a Parigi, senza dubbio, per consegnare la lettera che gli consegnò il Capitano. Ah, perbacco! Questa lettera mi fa nascere un'idea, un'eccellente idea, perbacco! Signor Dantès, amico mio, non hai ancora dormito a bordo del Pharaon nella cabina numero 1. - poi, volgendosi a Edmond che già si allontanava - Buon viaggio!” gli gridò dietro.

“Grazie...” rispose Edmond girandosi indietro con un gesto amichevole. Quindi i due innamorati continuarono la loro strada felici e tranquilli come due anime che salgono al cielo.