martedì 6 gennaio 2009

Capitolo VI: Il sostituto procuratore del re

Di fronte alla fontana delle Meduse, in rue du Grand-Cours, in una delle antiche abitazioni dell’architettura aristocratica costruite da Puget, nello stesso giorno e alla stessa ora si festeggiava un altro pranzo di fidanzamento. Ma gli attori di questa scena, invece che gente del popolo, marinai e soldati, provenivano dalla più alta società marsigliese. Erano tutti magistrati ora senza occupazione, dimessi dalle loro cariche sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertori passati nelle file dell’armata di Condé; giovani cresciuti dalle loro famiglie insicure della propria sicurezza, nonostante l’aver mandato quattro o cinque sostituti pagati al servizio militare, in odio all’uomo che cinque anni d’esilio hanno reso un martire e quindici anni di Restaurazione un dio. Erano tutti a tavola e la discussione era piuttosto animata, accesa da tutte le vicissitudini e le idee dell’epoca, tanto più terribili e violente nel Mezzogiorno, dove da cinquecento anni l’astio per la religione rafforza quello politico. L’imperatore, sovrano dell’isola d’Elba dopo esserlo stato di una parte di Mondo, con adesso cinque o seimila sottomessi dopo che era stato gridato «Viva Napoleone!» da centoventi milioni di sudditi e in dieci lingue diverse, in quella conversazione era trattato come uomo finito che aveva perso per sempre la Francia e il trono.
I magistrati sottolineavano i suoi errori politici, i militari discutevano di Mosca e di Lipsia; le donne del suo divorzio da Joséphine. A quel sistema di nobiltà realista, felice e trionfante non per la caduta dell’uomo ma per l’eliminazione del principe, sembrava che la vita ricominciasse, che si stesse uscendo da un brutto sogno. Un vecchio, decorato con la croce di Saint-Louis, si alzò e invitò i presenti a un brindisi alla salute di Louis XVIII; era il marchese di Saint-Méran. Il brindisi, che ricordava insieme l’esiliato di Hartwell e il sovrano pacificatore della Francia intera, la gioia fu grande, i bicchieri vennero alzati alla maniera inglese, le donne si tolsero di dosso i mazzetti di fiori e li appuntarono sulle decorazioni. Fu una scena quasi poetica. «Dovrebbero ammetterlo, se fossero qui – disse la marchesa di SaintMéran, una donna dallo sguardo freddo, le labbra sottili, un modo aristocratico e ancora elegante nonostante i suoi quarantatré anni – dovrebbero ammetterlo, tutti quei rivoluzionari che ci hanno mandati via e che noi invece lasciamo tranquillamente cospirare nelle nostre dimore, che hanno comprato per quattro pezzi di pane sotto il Terrore; dovrebbero ammetterlo che la vera devozione era la nostra, noi sempre fedeli alla monarchia anche in brutti tempi e loro, al contrario, invocavano il sole nascente e cercavano la loro fortuna mentre noi perdevamo la nostra; dovrebbero ammetterlo che per noi il nostro era davvero re Luigi il Beneamato, mentre per loro l’altro non è mai stato altro che l’usurpatore Napoleone il Maledetto; sbaglio Villefort?»
«Cosa dicevate, signora marchesa? Scusatemi, non stavo seguendo il filo della discussione.»
«Via, lasciate stare questi giovani, marchesa – disse il vecchio che aveva proposto il brindisi – stanno per sposarsi e ovviamente devono parlare di cose diverse dalla politica.»
«Perdono, madre – disse una giovane dai capelli biondi e con occhi di velluto immersi in un liquido madreperla – vi lascio subito il signor di Villefort che avevo rubato alla conversazione per un istante. Signor di Villefort, mia madre vi sta parlando.»
«E io sono felice di risponderle, se vuole essere così gentile da ripetere la domanda che mi ha fatto, non ho capito bene.» disse il signor di Villefort.
«Vi perdono, Renée – disse la marchesa sorridendo teneramente, in un modo che stupiva in quel volto asciutto, ma il cuore della donna è fatto così: per quanto inaridisca al vento dei pregiudizi o per le esigenze delle etichette, c’è sempre un angolo tenero e ridente, quello che Dio ha riservato all’amore materno. – Vi perdono… Dicevo, Villefort, che i bonapartisti non avevano né la vostra convinzione, né il vostro entusiasmo, né la vostra dedizione.»
«Oh, signora, ma hanno una cosa che supera tutto questo: il fanatismo. Napoleone è il Maometto d’Occidente. Per tutti questi uomini rozzi, ma di estrema ambizione, non è soo un legislatore e un capo, ma anche un modello, il modello dell’uguaglianza.»
«Dell’uguaglianza! – esclamò la marchesa – Napoleone modello di uguaglianza? E che dire allora di Robespierre? Mi pare che gli togliate il posto per cederlo al Còrso, e mi sembra lo usurpiate.»
«No, madame – disse Villefort – lascio ognuno al suo posto: Robespierre sul suo patibolo in piazza Louis XIV e Napoleone in piazza Vendôme, sulla sua colonna. Solo che il primo sosteneva un’uguaglianza che abbassa, il secondo un’uguaglianza che innalza: uno ha portato i re al livello della ghigliottina, l’altro il popolo al livello del trono. Ma non vuol dire – aggiunse ridendo – che non siano entrambi tremendi rivoluzionari e che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non siano due giorni felici per la Francia e degni ugualmente di essere festeggiati dagli amici dell’ordine e della monarchia; il fatto però non spiega come mai Napoleone, decaduto definitivamente, spero, abbia ancora i suoi seguaci. Ma che volete, marchesa? Cromwell, che non valeva la metà di quello che è stato Napoleone, aveva ancora i suoi amici!»
«Sapete che quanto dite, Villefort, odora di rivoluzione tremendamente? Ma vi perdono: non si può nascere da un giacobino senza conservare qualcosa della propria origine.»
Un caldo rossore pervase la fronte di Villefort.
«Mio padre era un girondino, signora – disse – è vero; ma non ha votato per la morte del re, è stato proscritto dallo stesso Terrore che proscriveva voi, ed ha anche rischiato che la sua testa cadesse sullo stesso patibolo da cui cadde la testa di vostro padre.»
«Sì – disse la donna senza alcun turbamento per il cruento ricordo – ma sarebbe stato per idee diametralmente opposte; e lo prova il fatto che tutta la mia famiglia è rimasta fedele ai principî anche quando era in esilio, mentre vostro padre non ha esitato a schierarsi con la nuova reggenza: prima il cittadino Noirtier è stato girondino, poi il conte Noirtier è diventato senatore.»
«Madre mia, madre mia – disse Renée – avevamo deciso, certo ricordate, di non parlare più di questi brutti ricordi.»
«Signora – rispose Villefort – mi unisco alla signorina di Saint-Méran per chiedere umilmente di dimenticare quello che è stato. A che pro discutere di cose davanti alle quali la stessa onnipotenza di Dio è impotente? Dio può modificare il futuro, ma certo non può modificare il passato. Quello che invece è concesso a noi uomini è, se non eliminarlo, almeno stenderci sopra un velo d’oblio.
Io non solo ho rinnegato le idee, ma anche il nome di mio padre! Mio padre era, forse lo è ancora, bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono realista e mi chiamo Villefort. Lasciate essiccare nel vecchio tronco quanto rimane della linfa rivoluzionaria e guardate, mia signora, solo il ramo che si allontana da quel tronco senza potere, e quasi dirò senza volere, staccarsene del tutto»
«Eccellente, Villefort – disse il marchese – bravo, bella risposta! Anch’io ho sempre chiesto alla marchesa di dimenticarsi del passato, ma senza successo; spero sarete più fortunato di me!»
«Ma sì, va bene – disse la marchesa – scordiamoci il passato, non chiedo di meglio; ma che almeno Villefort sia deciso per il futuro. Non dimenticate, Villefort, che abbiamo garantito per voi presso Sua Maestà, e che il re stesso ha voluto dimenticare il passato dietro nostra raccomandazione – gli tese la mano – come io dimentico dietro la vostra preghiera. Soltanto, se vi cadesse tra le mani qualche oppositore, sappiate che si tengono gli occhi ben aperti su di voi, dato che provenite da una famiglia che non è estranea a relazioni proprio con quegli oppositori.»
«A dire il vero, signora – disse Villefort – il mio ruolo e soprattutto il tempo in cui viviamo mi obbligano ad essere severo. E lo sarò. Ho già dovuto affrontare qualche accusa politica, e in questo senso ho già dato le mie prove. Purtroppo non siamo ancora alla fine»
«Credete?» disse la marchesa.
«Temo. Napoleone dall’isola d’Elba non è così lontano dalla Francia; la sua presenza quasi in vista delle nostre coste ravviva la speranza dei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga che ogni giorno cercano contrasti con i rappresentanti della monarchia al minimo pretesto; in questa situazione nascono duelli al di qua, tra persone di classe elevata, e assassinî al di là, tra gente del popolo»
«Di certo – disse il conte di Salvieux, vecchio amico dei Saint-Méran e ciambellano del conte d’Artois – sapete che la Santa Alleanza lo trasferirà»
«Sì, se ne discuteva alla nostra partenza da Parigi. – disse il signor di Saint-Méran – E dove lo mandano?» «A Sant’Elena.»
«A Sant’Elena! Che cos’è?» chiese la marchesa.
«Un’isola a duemila leghe da qui, al di sotto dell’equatore.» rispose il conte.
«Alla buon’ora! Come dice Villefort, è una vera pazzia aver lasciato un uomo simile tra la Corsica, dove è nato, e Napoli, dove regna ancora suo cognato, e per di più di fronte all’Italia, di cui voleva fare un regno per il figlio!»


[Nel testo orginale: «À la bonne heure! Comme le dit Villefort, c'est une grande folie que d'avoir laissé un pareil homme entre la Corse, où il est né, et Naples, où règne encore son beau-frère, et en face de cette Italie dont il voulait faire un royaume à son fils. », l’ultima parte della frase non è stata tradotta nella nostra edizione di riferimento]



«Malauguratamente – disse Villefort – noi abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza venir meno a quei trattati»

«Ebbene, verremo meno  – disse de Salvieux – Ha avuto la stessa sottiliezza, lui, quando si trattò di far fucilare lo sventurato duca d’Enghiem.»
«Sì – disse la marchesa – è deciso, la Santa Alleanza libererà l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia dai suoi partigiani. Il re regna o non regna… se regna, il suo governo dev’essere forte e i suoi agenti inflessibili; è l’unico modo per prevenire il male»
«Sfortunatamente, signora – disse Villefort – un sostituto procuratore del re è chiamato all’azione quando il male è già stato fatto»
«Allora sta a lui ripararlo.»
«Potrei aggiungere, signora, che noi non ripariamo il male: ci limitiamo a vendicarlo.»
«Oh! signor Villefort – disse una bella ragazza, figlia del conte di Salvieux e amica di Renée – cercate dunque di farci assistere ad un bel processo mentre siamo a Marsiglia! Non ho mai visto una corte d’assise e si dice che sia molto interessante e curiosa.»
«Effettivamente è molto curiosa, signorina – disse il sostituto – perché al posto di una tragedia inventata si rappresenta un dramma vero e reale; al posto di dolori simulati ci sono dolori veri. Calato il sipario, quell’uomo che si vede là, invece di tornare a casa, di andare a cenare in famiglia e di andare a dormire tranquillo per rifare la stessa scena il giorno seguente, ritorna in prigione, dove il più delle volte trova il boia. Vedete bene che per le persone impressionabili che cercano emozioni non c’è spettacolo che si possa paragonare a questo. State tranquilla, signorina, se si presenterà l’occasione, ve lo mostrerò dal vero.»
«Ci fa venire i brividi… e ride!» disse Renée impallidendo.
«Che volete… è un duello… Ho già richiesto e ottenuto in cinque o sei casi la pena di morte contro alcuni imputati politici… ebbene, chissà quanti pugnali in questo momento vengono affilati nelle tenebre o sono già pronti contro di me!»
«Oh, mio Dio! – disse Renée sempre più pallida – parlate seriamente, Villefort?»
«Non si può parlare più seriamente, signorina. – rispose il giovane magistrato con un sorriso sulle labbra – E con i bei processi che la signorina desidera per soddisfare la sua curiosità, e che io cerco per soddisfare la mia ambizione, la situazione non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone, abituati ad andare alla cieca contro le pallottole nemiche, credete che ci penseranno due volte a bruciare una cartuccia o ad imbracciare la baionetta? Penseranno di più prima di uccidere un uomo che credono un loro nemico personale che prima di uccidere un russo, un austriaco o un ungherese che non hanno mai visto? Del resto serve che sia così, perché altrimenti la nostra posizione non si giustificherebbe. Io stesso, quando vedo accendersi nell’occhio dell’imputato il bagliore luminoso della rabbia, mi esalto e acquisto vigore: non è più un processo, ma è un combattimento; io lotto contro di lui, lui risponde, io raddoppio; il combattimento si conclude come ogni altro, con una vittoria o una sconfitta. Ecco cos’è un vero dibattimento! È il pericolo che dà origine all’eloquenza! Un accusato che sorride dopo una mia replica mi dà la certezza di aver parlato male, con frasi scialbe, insufficiente. Pensate ora com’è la sensazione di orgoglio che prova un procuratore del re convinto della colpevolezza dell’accusato, quando vede il reo avvilirsi e annientarsi sotto il peso delle prove e i fulmini della sua eloquenza! Quella testa si abbassa, quella testa cadrà.»
Renée emise un gemito.
«Questo sì che è parlare!» disse uno dei convitati.
«Ecco l’uomo che serve oggi!» disse un altro.
«È vero – disse un terzo – nel vostro ultimo processo siete stato superbo, mio caro Villefort. Mi riferisco a quell’uomo che aveva ucciso suo padre. Ebbene, voi avete ucciso lui con le vostre parole prima che lo toccasse il boia.»
«Oh! dei parricidi – disse Renée – poco mi interessa, non ci sono supplizi abbastanza grandi per gente di tele fatta, …ma degli infelici accusati politici!»
«Degli accusati politici, Renée! – esclamò la marchesa – Di loro interessa ancora meno, perché il re è il padre della nazione, e voler rovesciare o assassinare il re significa voler uccidere il padre di trentadue milioni di uomini.»
«Ma… Villefort – disse Renée – mi promettete di essere indulgente con coloro che vi raccomanderò?»
«State tranquilla – disse Villefort con un sorriso affettuoso – prepareremo insieme le requisitorie.»
«Mia cara – disse la marchesa – occupatevi dei vostri colibrì, dei vostri cani e dei vostri nastri, e lasciate che il vostro futuro sposo faccia il suo compito. Oggi le armi riposano e sono in auge le toghe; c’è a proposito un motto latino di grande profondità»


[Nel testo: «Ma chère - dit la marquise - mêlez-vous de vos colibris, de vos épagneuls et de vos chiffons, et laissez votre futur époux faire son état. Aujourd'hui, les armes se reposent et la robe est en crédit; il y a là-dessus un mot latin d'une grande profondeur. »]


«Cedant arma togae» disse Villefort inchinandosi.
«Non osavo parlare latino» rispose la marchesa. [assente nella versione di riferimento]
«Avrei preferito foste un medico, – riprese Renée – l’angelo sterminatore, anche se angelo, fa sempre paura.»
«Cara Renée!» mormorò Villefort accompagnando le parole con uno sguardo d’amore.
«Figlia mia – disse il marchese –Villefort sarà il medico morale e politico di questa provincia; credetemi, questa è una bella parte da rappresentare.»
«E sarà il modo per far dimenticare la parte che invece ha rappresentato suo padre.» aggiunse l’incorreggibile marchesa.«Signora – riprese Villefort con un mesto sorriso – ho già avuto l’onore di dirvi che mio padre ha, o almeno spero, abiurato gli errori del passato, che è ora un amico zelante della religione e dell’ordine, forse anche più di me, perché lui lo è con pentimento, e io solo con passione.»
E dopo questa frase di somma arte retorica, Villefort, per giudicare l’effetto della sua eloquenza, guardò i convitati, come avrebbe fatto dopo una frase analoga con l’uditorio del suo seggio in tribunale.
«Ebbene, mio caro Villefort – riprese il conte di Salvieux – è esattamente quello che ho detto l’altro giorno alle Tuileries al ministro della casa reale che mi chiedeva spiegazioni sulla singolare unione tra il figlio di un girondino e la figlia di un ufficiale dell’armata di Condé; il ministro ha capito molto bene. Questo sistema di fusione è lo stesso di Louis XVIII. Così il re, che senza che lo sapessimo stava seguendo la conversazione, ci ha interrotto dicendo: “Villefort” – notate bene che il re non ha pronunciato il cognome Noirtier, anzi ha insistito su quello di Villefort – “Villefort – ha dunque detto il re – farà una bella carriera; è un giovane già maturo, che mi soddisfa totalmente. Vedo con favore che il marchese e la marchesa di Saint-Méran lo prendano come genero e avrei suggerito io stesso questa unione se non fossero venuti loro per primi a chiedermi il permesso di concluderla”»
«Il re ha detto questo?» esclamò Villefort estasiato.
«Ho riportato le sue stesse parole e, se il marchese vuol essere sincero, ammetterà che quanto ho appena detto è esattamente quello che il re disse a lui stesso sei mesi fa, quando gli parlò di un progetto di matrimonio tra sua figlia e voi.»
«Sì, è vero.» disse il marchese.
«Dunque dovrò tutto a questo eccellente sovrano! Cosa potrei non farò per servirlo!»
«Finalmente, – disse la marchesa – così vi voglio: si presenti ora un cospiratore e avrà il suo benvenuto!»
«E io, madre mia – disse Renée – prego il signore che non vi ascolti affatto, e che invii al signor di Villefort solo furti, piccoli fallimenti finanziari e frodi spicciole; solo così potrò dormire tranquilla»
«È come – disse Villefort ridendo – augurare a un medico che gli capitino solo delle emicranie, degli arrossamenti e delle punture di vespe, tutte cose che coinvolgono solo l’epidermide. Se volete invece vedermi procuratore del re, auguratemi il contrario: che io abbia malattie terribili la cui cura rende onore al medico.»
In quel momento, come se il caso avesse aspettato che Villefort formulasse il suo augurio per esaudirlo, entrò un cameriere e gli disse qualche parola all’orecchio. Villefort lasciò la tavola scusandosi e tornò dopo qualche istante, con il volto raggiante e le labbra sorridenti. Renée lo guardò con amore; visto così, con i suoi occhi azzurri, la carnagione un po’ bruna e i favoriti neri che incorniciavano il volto, era davvero un giovane bello ed elegante. Tutta l’anima della giovane sembrava pendere dalle sue labbra, in attesa che spiegasse la causa della sua momentanea assenza.
«Ebbene– disse Villefort – voi, signorina, desideravate avere un medico per marito. Per lo meno ho questa somiglianza con i discepoli di Esculapio (si parlava ancora così nel 1815), di non poter mai dire che un’ora sia tutta mia, e vengono a disturbarmi anche quando sono con voi, e per di più al pranzo del mio fidanzamento.»

[Nel testo: «Eh bien, dit Villefort, vous ambitionniez tout à l'heure, mademoiselle, d'avoir pour mari un médecin, j'ai au moins avec les disciples d'Esculape (on parlait encore ainsi en 1815) cette ressemblance, que jamais l'heure présente n'est à moi, et qu'on me vient déranger même à côté de vous, même au repas de mes fiançailles.»]

«E per che cosa siete stato disturbato, signore?» chiese la bella ragazza con una leggera inquietudine. «Ahimè! Per uno che, se è come mi hanno riferito, è in una gravissima situazione; questa volta si tratta di un caso grave, e la malattia rischia la pena capitale.»
«Oh, mio Dio!» esclamò Renée impallidendo.
«Davvero?» chiesero gli altri all’unisono.
«Sembra sia stato scoperto nientemeno che un complotto bonapartista.»
«Impossibile!» disse la marchesa.
«Ecco la denuncia.» E Villefort lesse:

“Il signor procuratore del Re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che tale Edmond Dantès, secondo del bastimento Pharaon, giunto questa mattina da Smirne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di consegnare una lettera per l’usurpatore, e dall’usurpatore di consegnarne un’altra al comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo poiché si troverà tale lettera nelle sue tasche, in casa di suo padre o nella sua cabina a bordo del Pharaon.”

«Ma – disse Renée – questa altro non è che una lettera anonima, ed è indirizzata al procuratore del re, non a voi.»
«Sì, ma il procuratore del re è assente; in sua assenza la lettera è stata consegnata al suo segretario che è autorizzato ad aprire la corrispondenza. Egli deve aver aperto la lettera, mi ha fatto cercare e, non trovandomi, ha dato gli ordini per l’arresto.»
«Il colpevole è quindi già stato arrestato.» disse la marchesa.
«Cioè l’accusato» puntualizzò Renée.
«Sì, signora – disse Villefort – e, come avevo l’onore di dire poco fa alla signorina, se si trova la lettera, il malato è compromesso gravemente.»
«E dov’è l’infelice?» chiese Renée.
«A casa mia, ad aspettarmi.»
«Andate dunque, amico mio – disse il marchese – non mancate al vostro dovere per trattenervi con noi è il servizio del re che vi attende altrove. Andate dunque dove vogliono che siate.»
«Ah, signor di Villefort – disse Renée supplicandolo – siate indulgente; ricordatevi che è il giorno del vostro fidanzamento!»
Villefort fece un giro intorno alla tavola e si avvicinò alla sedia della giovane, si appoggiò alla spalliera e disse: «Per risparmiarvi l’inquietudine farò il possibile, cara Renée. Ma se gli indizi sono incontestabili e l’accusa si dimostrerà vera, bisognerà pur tagliare quest’erba bonapartista.»
Renée ebbe un brivido alla parola tagliare, perché l’erba che si trattava di tagliare era la testa di un uomo.
«Via, via! – disse la marchesa – non state ad ascoltare questa ragazzina, Villefort; si abituerà.»
E la marchesa tese a Villefort una mano secca che lui baciò, sempre guardando Renée e dicendole con gli occhi: “È la vostra mano che sto baciando, o almeno quella che vorrei che fosse.”
«Tristi auspici!» mormorò Renée.
«In verità, signorina – disse la marchesa, – siete puerile in modo esasperante: vi chiedo cosa abbia a che fare il destino dello Stato con le vostre fantasie sentimentali e la vostra volubilità d’animo…»
«Oh! madre mia!» mormorò Renée.
«Chiedo scusa per la maldestra realista, signora marchesa – disse Villefort – vi prometto di fare il mio mestiere di sostituto procuratore del re coscienziosamente, ovvero sarò terribilmente severo.»
Ma, negli stessi istanti in cui il magistrato rivolgeva queste parole alla marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo all’amata, uno sguardo che diceva: “State tranquilla, Renée: per il vostro amore, sarò indulgente.”
Renée rispose a quello sguardo con il più dolce dei sorrisi, e Villefort se ne andò con il paradiso nel cuore.