Visualizzazione post con etichetta Villefort. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Villefort. Mostra tutti i post

lunedì 5 ottobre 2015

L'interrogatorio (II)

E il capitolo settimo finisce in un anticlimax terribile, con un Villefort che pare folgorato da un'idea malsana e le sorti di Dantès ancora in bilico... che succederà?
«Sì, avete ragione, voi dovete conoscere gli uomini meglio di me, non è impossibile. Ma se questi invidiosi dovessero essere tra i miei amici, vi confesso che preferirei non conoscerli per non essere costretto a odiarli.»
«Sbagliate. Bisogna sempre tenere, per quanto possibile, gli occhi aperti su quanto accade intorno, e in verità mi sembrate un così bravo giovane che per voi contravverrò alle regole ordinarie della giustizia e vi schiarirò le idee facendovi vedere la denuncia per la quale siete qui. Ecco il foglio in cui vi si accusa, riconoscete la grafia?»
E Villefort tirò fuori da una tasca la lettera e la porse a Dantès. Dantès guardò, lesse. Una nube gli oscurò la fronte. Poi disse:
«No, signore. Non conosco questa grafia, che seppure contraffatta è piuttosto franca. In ogni caso è stata una mano molto abile a vergarla. Sono ben fortunato – aggiunse guardando con riconoscenza Villefort – a trattare con un uomo come voi, perché il calunniatore è davvero un nemico.»
Vedendo il lampo che passò negli occhi del giovane mentre diceva queste parole, Villefort poté riconoscere quanta energia violenta era nascosta sotto quell’apparente dolcezza.
«Ora – disse Villefort – rispondetemi francamente e non come un uomo portato al suo giudice, ma come un uomo che si trovi in una posizione ingiusta a un altro uomo che provi ad interessarsi a lui… Cosa c’è di vero in quest’accusa anonima?»
E Villefort gettò con disprezzo la lettera che Dantès gli aveva restituito sullo scrittoio.
«Tutto e niente. Ecco la pura verità, sul mio onore di marinaio, sul mio amore per Mercedes, sulla vita di mio padre.»
«Parlate, signore» disse Villefort ad alta voce. E aggiunse tra sé: “Spero che, se Renée potesse vedermi, sarebbe contenta di me e non mi definirebbe più un tagliatore di teste!”
«Ebbene, lasciata Napoli il capitano Leclère cadde vittima di una febbre cerebrale. Non avendo un medico a bordo e non volendo lui fermarsi in nessun punto della costa frettoloso com’era di raggiungere l’isola d’Elba, la sua malattia peggiorò al punto che alla fine del terzo giorno, sentendosi vicino alla fine, mi chiamò:
“Mio caro Dantès, – mi disse – giuratemi sul vostro onore di fare tutto quello che vi dirò, si tratta di una questione del più alto interesse.”
“Ve lo giuro, capitano.” risposi.
“Ebbene, siccome dopo la mia morte spetta a voi il comando del bastimento in qualità di secondo, prenderete dunque il polso della nave e la dirigerete all’isola d’Elba, sbarcherete a Portoferraio, chiederete del gran maresciallo, gli darete questa lettera e forse lui ve ne consegnerà un’altra e vi incaricherà di qualche missione. Questa missione, che era riservata a me, la eseguirete voi al mio posto, Dantès, e tutto l’onore sarà vostro.”
“Lo farò, capitano, ma forse non riuscirò a raggiungere il gran maresciallo così facilmente come credete.”
“Ecco un anello che ve lo renderà tanto facile.” Mi consegnò un anello. Fece appena in tempo, perché poco dopo lo prese il delirio e il giorno seguente era morto.»
«E voi cosa avete fatto, a quel punto?»
«Ciò che dovevo fare, signore, quello che chiunque avrebbe fatto al mio posto. In qualsiasi situazione le preghiere di un moribondo sono sacre, ma per un marinaio le preghiere di un superiore sono ordini da eseguire. Feci dunque vela verso l’isola d’Elba, dove arrivai il giorno seguente, consegnai a bordo l’equipaggio e scesi a terra da solo. Come avevo previsto mi fecero all’inizio qualche difficoltà per introdurmi dal gran maresciallo; ma gli feci portare l’anello che serviva a farmi riconoscere e tutte le porte mi si spalancarono dinnanzi. Mi ricevette, mi interrogò sulle ultime circostanze della morte del povero Leclère e, come questi aveva previsto, mi consegnò una lettera ordinandomi di portarla di persona a Parigi. Lo promisi, perché quello era compiere le ultime volontà del mio capitano. Arrivato a terra sbrigai rapidamente tutti gli impegni di bordo e poi corsi a trovare la mia fidanzata, che trovai più bella e amorosa che mai. Sotto la protezione del signor Morrel superammo tutte le difficoltà ecclesiastiche. E alla fine, signore, stavo partecipando come vi ho detto al pranzo del mio fidanzamento. Mi sarei sposato tra un’ora e domani sarei partito per Parigi, se non per il fatto di essere stato arrestato oggi, sulla base di un’accusa che mi pare anche voi disprezziate quanto me.»
«Sì, sì – mormorò Villefort – quello che dite può essere vero e se siete colpevole lo siete solo d’imprudenza, di un’imprudenza tuttavia legittimata dagli ultimi ordini del vostro capitano. Datemi pure la lettera che vi è stata consegnata all’isola d’Elba, giuratemi sul vostro amore che vi presenterete alla prima requisitoria e andate a raggiungere i vostri amici.»
«Quindi sono libero, signore?» esclamò Dantès al colmo della gioia.
«Sì, ma prima datemi la lettera.»
«Dev’essere davanti a voi, signore, perché me l’hanno presa con tutto il resto dei documenti, ne riconosco alcuni in quel mucchio.»
«Aspettate – disse il sostituto a Dantès che stava prendendo guanti e cappello – a chi era indirizzata?»
«Al signor Noirtier, rue Coq-Héron, Parigi.»
Un fulmine dal cielo dritto su Villefort non lo avrebbe colpito in un modo più rapido e inatteso. Si lasciò cadere sulla sedia dalla quale si era alzato un poco per prendere i documenti confiscati a Dantès, prese a scorrerli precipitosamente e prese la lettera fatale, sulla cui gettò uno sguardo del più autentico terrore.
«Signor Noirtier, rue Coq-Héron, n° 13.» mormorò impallidendo sempre di più.
«Sì, signore – rispose Dantès meravigliato – lo conoscete?»
«No – rispose prontamente Villefort – un fedele suddito del re non conosce i cospiratori.»
«Si tratta dunque di una cospirazione? – chiese Dantès che si trovava ora immerso, dopo essersi creduto libero, in un terrore più grande del precedente – Comunque signore, ve l’ho detto: ignoravo del tutto il contenuto del dispaccio che portavo.»
«Sì – riprese Villefort con voce sorda – ma voi sapete il nome del destinatario!»
«Ma signore, per consegnare una lettera di persona dovrò pur sapere a chi.»
«E avete mostrato la lettera a qualcuno?» disse Villefort, che diventava sempre più pallido con l’avanzare della lettura.
«A nessuno, signore. Sul mio onore.»
«Nessuno sa quindi che avevate una lettera proveniente dall’isola d’Elba indirizzata al signor Noirtier?» «Nessuno signore, a parte chi me l’ha consegnata.»
«È troppo, questo è davvero troppo!» mormorò Villefort.
La fronte di Villefort si oscurava sempre più mentre leggeva. Le sue labbra bianche, le sue mani tremanti, i suoi occhi ardenti gettavano Dantès nella più dolorosa apprensione. Dopo la lettura Villefort si lasciò cadere la testa tra le mani e rimase fermo per un istante, annichilito.
«Oddio! Che c’è signore?» chiese timidamente Dantès.
Villefort non rispose, ma dopo qualche istante risollevò il viso pallido e scomposto e rilesse una seconda volta la lettera.
«E voi dite che ignorate il contenuto di questa lettera?» riprese Villefort.
«Sul mio onore, vi ripeto signore – disse Dantès – che non so nulla. Ma che cos’avete, dio mio! State male! volete che suoni il campanello? Che chiami qualcuno?»
«No – disse Villefort prontamente – no. Non fate nulla, non dite una parola. È mio compito dare ordini, non vostro.»
«Signore – disse Dantès mortificato – era solo per esservi d’aiuto, tutto qui.»
«Non ho bisogno di niente, è un malessere passeggero, ecco tutto. Occupatevi di voi e non di me. Rispondete.»
Dantès aspettava la domanda preannunciata da quelle parole, ma inutilmente. Villefort ricadde sulla sedia, si passò una mano fredda sulla fronte madida di sudore e per la terza volta si mise a leggere la lettera.
«Oh! Se in verità conoscesse il contenuto di questa lettera – mormorò – e un giorno venisse a sapere che Noirtier è il padre di Villefort, io sono perduto, perduto per sempre!» E di tanto in tanto guardava Edmond, come se il suo sguardo avesse potuto infrangere la barriera invisibile che racchiude nel cuore quei segreti che la bocca non dice.
«Niente esitazione, la strada è questa!» esclamò a un tratto.
«Ma, in nome del cielo, signore. – riprese il giovane sventurato – Se ancora dubitate di me o se avete dei sospetti, interrogatemi! Sono pronto a rispondervi.»
Villefort fece un notevole sforzo per controllarsi e con un tono che avrebbe voluto sicuro:
«Signore – disse – dal vostro interrogatorio risultano sospetti di gravi reati a vostro carico. Non potrò quindi, come prima speravo, di mettervi subito in libertà. Prima di concedervi tale permesso devo consultare il giudice istruttore. In ogni caso avete visto come vi ho trattato.»
«Oh! sì, signore – esclamò Dantès – e vi ringrazio perché per me siete stato un amico, più che un giudice.» «Ebbene, vi tratterrò prigioniero ancora per un po’, il meno possibile. Il principale atto d’accusa che esiste contro di voi è questa lettera, e vedete… - Villefort si avvicinò al caminetto, gettò la lettera nel fuoco e rimase immobile finché fu ridotta in cenere. - E voi vedete – continuò – che ormai non esiste più.»
«Oh! Signore, – esclamò Dantès – voi siete qualcosa di più della giustizia. Siete la bontà in persona!»
«Ma ascoltatemi – continuava Villefort – dopo quanto ho fatto capite bene che potete avere completa fiducia in me, non è vero?»
«Signore, ordinate e io eseguirò i vostri ordini.»
«No – disse Villefort avvicinandosi al giovane – no, non sono ordini che voglio darvi. Sono, lo capite, dei consigli.»
«Dite, e io farò come fossero ordini.»
«Vi farò trattenere fino a stasera al palazzo di giustizia. Forse verrà qualcun altro a interrogarvi, allora dite tutto quello che avete detto a me, ma non fate una parola su quella lettera.»
«Ve lo prometto, signore». E stavolta sembrava fosse Villefort a supplicare, ed era l’imputato a rassicurare il giudice.
«Capite – disse gettando uno sguardo sulle ceneri che conservavano ancora la forma della carta e volteggiavano sopra le fiamme – ora che quella lettera è bruciata, solo noi e voi sappiamo che è esistita. Non la vedrete mai più: negate dunque se qualcuno ve ne parla, negate sicuri e sarete salvo.»
«Negherò, signore, state tranquillo.» disse Dantès.
«Bene, bene!» disse Villefort avvicinando la mano al cordone del campanello. Poi, fermandosi subito prima di suonare:
«Era la sola lettera che avevate?» disse.
«L’unica.»
«Giuratelo.»
Dantès stese la mano.
«Lo giuro.» disse.
Villefort suonò. Il commissario di polizia entrò. Villefort si avvicinò al pubblico ufficiale e gli disse qualche parola all’orecchio, il commissario rispose con un semplice cenno della testa.
«Seguitelo, signore.» Disse Villefort a Dantès.
Dantès s’inchinò, rivolse un ultimo sguardo di riconoscenza a Villefort e uscì. Appena la porta si richiuse alla sua uscita, a Villefort mancarono le forze e cadde quasi svenuto sulla sedia. Poi, dopo un attimo:
«Oh, mio Dio – mormorò – da cosa dipendono la vita e la fortuna! Se il procuratore del re fosse stato a Marsiglia o se fosse stato chiamato il giudice istruttore invece del sostituto procuratore, sarei perduto. E quel foglio, quel maledetto foglio mi avrebbe precipitato nell’abisso. Ah, padre mio, padre mio. Sarete dunque sempre un ostacolo alla mia felicità in questo mondo? Dovrò lottare in eterno con il vostro passato?»
Poi, d’un tratto, un strana luce parve splendere nei suoi occhi e riaccese il suo viso. Un sorriso gli si aprì sulle labbra, i suoi occhi da stravolti divennero fissi, quasi si soffermassero su un pensiero.
«Sì – disse – quella lettera poteva rovinarmi, ma forse farà la mia fortuna. Via, Villefort, all’opera!»
E dopo essersi assicurato che l’imputato non si trovava più nell’anticamera, il sostituto procuratore del re uscì a sua volta e si incamminò veloce verso la casa della sua fidanzata.

A lunedì prossimo, con il capitolo ottavo, in cui scopriremo le bellezze gotiche del castello sull'isola di If.

lunedì 28 settembre 2015

L'interrogatorio (I)

Iniziamo il settimo capitolo, L'interrogatorio, con Villefort che deve lasciare la sua cena di fidanzamento per andare a rovinare quella di qualcun altro... O forse no? C'è speranza per questo
opportunista? Chi vivrà vedrà! (NO)


Appena uscito dalla sala da pranzo, Villefort lasciò cadere la sua maschera allegra per assumere quella dell’aria grave di un uomo chiamato al sommo compito di pronunciarsi sulla vita di un suo simile. Ora, malgrado la mobilità della sua fisionomia, mobilità che il sostituto aveva studiato più di una volta, come deve fare un buon attore, davanti allo specchio, questa volta ci volle un terribile sforzo per aggrottare le sopracciglia e rendere più seri i lineamenti. Trascurando il ricordo della linea politica seguita dal padre, che se non completamente dissociato dalla sua persona potrebbe essergli di intralcio per il futuro, Gérard de Villefort era felice in quel momento quanto è dato di essere a un uomo.
Già ricco d’orgini, a ventisette anni occupava un posto elevato nella magistratura e stava per sposare una bella ragazza che amava, non con passione ma razionalmente, come può amare un sostituto procuratore del re, e, oltre la bellezza, che era notevole, la signorina di Saint-Méran, la sua fidanzata, apparteneva a una delle famiglie più rispettate a corte, in quel tempo; e oltre l’influenza politica del padre e della madre che, non avendo avuto altri figli, poteva essere dedicata per intero al genero, portava anche cinquantamila scudi in dote al marito che, grazie alle speranze – parola atroce inventata dagli agenti matrimoniali – potenzialmente sarebbe potuta un giorno lievitare con un’eredità di mezzo milione. Tutti questi elementi nell’insieme componevano dunque per Villefort un quadro di felicità radiosa, al punto che gli sembrava che il sole fosse appannato quando contemplava a lungo la sua vita interiore con lo sguardo dell’anima.

[Nel testo: “Tous ces éléments réunis composaient donc pour Villefort un total de félicité éblouissant, à ce point qu'il lui semblait voir des taches au soleil, quand il avait longtemps regardé sa vie intérieure avec la vue de l'âme.”]

lunedì 21 settembre 2015

Il sostituto procuratore del re (III)

E si chiude così anche il sesto capitolo. Il personaggio di Villefort chiude in bellezza, i toni sono più dolci, gli affetti si fanno sentire. Intanto il sostituto procuratore viene avvisato della denuncia anonima.


«Ebbene, mio caro Villefort – riprese il conte di Salvieux – è esattamente quello che ho detto l’altro giorno alle Tuileries al ministro della casa reale che mi chiedeva spiegazioni sulla singolare unione tra il figlio di un girondino e la figlia di un ufficiale dell’armata di Condé; il ministro ha capito molto bene. Questo sistema di fusione è lo stesso di Louis XVIII. Così il re, che senza che lo sapessimo stava seguendo la conversazione, ci ha interrotto dicendo: “Villefort” – notate bene che il re non ha pronunciato il cognome Noirtier, anzi ha insistito su quello di Villefort – “Villefort – ha dunque detto il re – farà una bella carriera; è un giovane già maturo, che mi soddisfa totalmente. Vedo con favore che il marchese e la marchesa di Saint-Méran lo prendano come genero e avrei suggerito io stesso questa unione se non fossero venuti loro per primi a chiedermi il permesso di concluderla”»
«Il re ha detto questo?» esclamò Villefort estasiato.
«Ho riportato le sue stesse parole e, se il marchese vuol essere sincero, ammetterà che quanto ho appena detto è esattamente quello che il re disse a lui stesso sei mesi fa, quando gli parlò di un progetto di matrimonio tra sua figlia e voi.»
«Sì, è vero.» disse il marchese.
«Dunque dovrò tutto a questo eccellente sovrano! Cosa potrei non farò per servirlo!»
«Finalmente, – disse la marchesa – così vi voglio: si presenti ora un cospiratore e avrà il suo benvenuto!»

lunedì 14 settembre 2015

Il sostituto procuratore del re (II)

Eccoci alla seconda parte del sesto capitolo. Le affermazioni di Villefort sono a dir poco agghiaccianti, meravigliosamente scritte, ma comunque degne dei peggiori uomini senza scrupolo. Giudicate voi stessi!

«A dire il vero, signora – disse Villefort – il mio ruolo e soprattutto il tempo in cui viviamo mi obbligano ad essere severo. E lo sarò. Ho già dovuto affrontare qualche accusa politica, e in questo senso ho già dato le mie prove. Purtroppo non siamo ancora alla fine»
«Credete?» disse la marchesa.
«Temo. Napoleone dall’isola d’Elba non è così lontano dalla Francia; la sua presenza quasi in vista delle nostre coste ravviva la speranza dei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga che ogni giorno cercano contrasti con i rappresentanti della monarchia al minimo pretesto; in questa situazione nascono duelli al di qua, tra persone di classe elevata, e assassinî al di là, tra gente del popolo»
«Di certo – disse il conte di Salvieux, vecchio amico dei Saint-Méran e ciambellano del conte d’Artois – sapete che la Santa Alleanza lo trasferirà»
«Sì, se ne discuteva alla nostra partenza da Parigi. – disse il signor di Saint-Méran – E dove lo mandano?» «A Sant’Elena.»
«A Sant’Elena! Che cos’è?» chiese la marchesa.
«Un’isola a duemila leghe da qui, al di sotto dell’equatore.» rispose il conte.
«Alla buon’ora! Come dice Villefort, è una vera pazzia aver lasciato un uomo simile tra la Corsica, dove è nato, e Napoli, dove regna ancora suo cognato, e per di più di fronte all’Italia, di cui voleva fare un regno per il figlio!»

[Nel testo orginale: «À la bonne heure! Comme le dit Villefort, c'est une grande folie que d'avoir laissé un pareil homme entre la Corse, où il est né, et Naples, où règne encore son beau-frère, et en face de cette Italie dont il voulait faire un royaume à son fils. », l’ultima parte della frase non è stata tradotta nella nostra edizione di riferimento]

«Malauguratamente – disse Villefort – noi abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza venir meno a quei trattati»
«Ebbene, verremo meno  – disse de Salvieux – Ha avuto la stessa sottiliezza, lui, quando si trattò di far fucilare lo sventurato duca d’Enghiem.»

domenica 6 settembre 2015

Il sostituto procuratore del re (I)

Partiamo con il sesto capitolo. Ci viene presentato il quarto principale responsabile delle sorti di Edmond: il vice procuratore del re Villefort. Occhi aperti sul passato dell'uomo...

Di fronte alla fontana delle Meduse, in rue du Grand-Cours, in una delle antiche abitazioni dell’architettura aristocratica costruite da Puget, nello stesso giorno e alla stessa ora si festeggiava un altro pranzo di fidanzamento. Ma gli attori di questa scena, invece che gente del popolo, marinai e soldati, provenivano dalla più alta società marsigliese. Erano tutti magistrati ora senza occupazione, dimessi dalle loro cariche sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertori passati nelle file dell’armata di Condé; giovani cresciuti dalle loro famiglie insicure della propria sicurezza, nonostante l’aver mandato quattro o cinque sostituti pagati al servizio militare, in odio all’uomo che cinque anni d’esilio hanno reso un martire e quindici anni di Restaurazione un dio. Erano tutti a tavola e la discussione era piuttosto animata, accesa da tutte le vicissitudini e le idee dell’epoca, tanto più terribili e violente nel Mezzogiorno, dove da cinquecento anni l’astio per la religione rafforza quello politico. L’imperatore, sovrano dell’isola d’Elba dopo esserlo stato di una parte di Mondo, con adesso cinque o seimila sottomessi dopo che era stato gridato «Viva Napoleone!» da centoventi milioni di sudditi e in dieci lingue diverse, in quella conversazione era trattato come uomo finito che aveva perso per sempre la Francia e il trono.

martedì 20 agosto 2013

Edouard de Villefort

É il piccolo di casa Villefort; essendo l'unico figlio della seconda moglie di madame de Villefort viene da lei viziato e trattato da principe. L'amore nei suoi confronti la porterà a gesti estremi, quale l'attentare alla vita di Valentine.


Principe Abdürrahim Efendi, di Fausto Zanonato

Il piccolo, figlio di Villefort e della sua seconda moglie, scorrazza libero per casa come un principino. Si comporta già come fosse il padrone di casa e, grazie alla madre, punta in effetti a diventare l'unico erede sia del tesoro dei Noirtier che della famiglia di origine della madre. Viene salvato dal Conte - messosi d'accordo con Alì - dalle bizzarrie di un cavallo che trainava la carrozza in cui era trasportato insieme alla madre.
L'obiettivo che la madre gli ha preposto, lo porta ad essere eccentrico ed estremamente bramoso di attenzioni, dalle più piccole carezze della madre ai giocattoli che gli regala il padre. Quando la reputazione della famiglia viene rovinata dal terribilmente celebre Affaire Benedetto, il ragazzo viene ucciso dalla madre, poichè oramai svanisce ogni possibilità di entrare in possesso dei beni di famiglia. La sua morte provocherà una seria riflessione nel Conte di Montecristo, che cessa in quel momento la sua opera di vendicatore, per ritornare al suo lato più umano: l'amore per Haydèe.

martedì 13 agosto 2013

Madame Villefort

É la seconda moglie di Villefort, dopo la contessa di Saint Meran. Assai vanitosa, la donna sembra avere come unica preoccupazione il figlio, nel quale vede il degno erede della fortuna di suo marito.

Madame Hippolyte Flandrin, di Jean Hippolyte Flandrin

Dopo che Villefort si trasferisce a Parigi per la carriera, rimane vedovo della moglie, la contessa di Saint Meran. Quando il Conte lo ritrova, è sposato con una donna molto altezzosa ma inserita nella società cittadina. Si dimostra anche davvero attaccata al denaro di suo marito e - conseguentemente - gelosa della figliastra Valentine.
Il suo astio nei confronti della ragazza sembra davvero farla impazzire, al punto di tentare di ucciderla con del veleno; il suo tentativo però fallisce, Noirtier da uomo previdente quale è, riesce a salvare la fanciulla. Ormai svanite le possibilità di assicurare al figlio il denaro del marito, la donna tenta alla fine un'ultimo attentato alla vita della rivale del bambino, fallendo di nuovo per l'intervento del Conte di Montecristo. 
Assai rilevante è quanto accade in seguito: poichè ormai si sono diffuse le informazioni riguardo alla relazione passata con Madame Danglars, Villefort viene condannato dalla corte d'Assise. La donna reagisce in modo molto violento, decide di suicidarsi e ammazzare con se il figlio. Una volta scoperto l'accaduto, nel Conte avviene un cambiamento; non più sicuro del fatto di essere agente della provvidenza a causa della morte del ragazzo - da lui non prevista - sembra vacillare e pone dunque fine alla sua opera di vendetta.

lunedì 12 agosto 2013

Benedetto

É il figlio illegittimo di Villefort e della signora Danglars. Il suo arrivo a Parigi fornirà a Montecristo l'espediente per incastrare l'ex procuratore del re, facendolo entrare in società come erede della nobile famiglia italiana dei Cavalcanti.

Autoritratto, di Karl Blechen

Bertuccio si prende cura di lui insieme alla sorella, ma - dice a Montecristo nel corso del racconto riguardo la vendetta contro Villefort - a dispetto del nome non riesce a crescere un ragazzo dalle buone maniere. Lo definisce monello e terribilmente viziato. Racconta ad esempio che da piccolo aveva addirittura rubato una scimmia al vicino Wasilio, difendendo la propria posizione con scuse a dir poco assurde.
Una volta giunto a Parigi, grazie al Conte assume l'identità di Andrea Cavalcanti e organizza insieme al maggiore Cavalcanti una truffa riguardo le proprie origini, fingendosi nobili italiani. Si organizza insieme a Caderousse per svaligiare la casa dell'abate Busoni, ma lo tradisce e lo accoltella a morte, realizzando il primo punto del piano di Edmond. Accusato dell'assassino, Benedetto viene arrestato e portato in prigione, ma pur di uscirne e salvarsi decide di raccontare le proprie origini, che ha saputo grazie a Bertuccio. Aveva infatti incontrato il servitore a casa del Conte, ma non lo aveva riconosciuto finchè questi non gli ha rivolto la parola chiamandolo col suo vero nome. Interrogato presso la corte d'Assise, per il cosiddetto "affaire Benedetto" causa la vergogna di Madame Danglars, ma soprattutto di Villefort, che deciderà per il suicidio. Di lui non si hanno poi più notizie.

domenica 11 agosto 2013

Signor Bertuccio

É al servizio di Montecristo, poiché da lui salvato - grazie all´identitá dell´abate Busoni - dalla prigionia. Dal passato misterioso, si rivelerá un punto fondamentale per la riuscita del piano di vendetta di Edmond.

Uomo con Toque, di Paul Gauguin
Compare per la prima volta in Italia, come servitore personale del Conte di Montecristo. Piú tardi si scopre poi peró la sua storia. Suo fratello era stato assassinato di ritorno dalla guerra e, andato presso la polizia a lamentarsi, gli era stato risposto dal procuratore di Nimes, Villefort, che non si sarebbe riusciti ad indagare. Non tradendo la sua natura corsa, Bertuccio lo minaccia di morte per non aver ottemperato alla sua richiesta, e decide di pianificare una vendetta.
Dopo averlo seguito, scopre che Villefort si reca spesso presso una casa in periferia, in cui incontra una misteriosa donna (che si scoprirá poi essere la signora Danglars). Pronto all´azione, lo pugnala proprio dopo che il procuratore aveva sepolto le prove della sua infedeltá coniugale: un bambino. Il córso decide di accudire insieme alla sorella il bambino, che chiameranno Benedetto. Una volta cresciuto, il ragazzo prenderá la sua strada, poiché sin da piccolo era viziato e molto prepotente.
Purtroppo per lui, bertuccio viene incarcerato per una finta accusa di omicidio, ma viene salvato dal Conte - venuto a conoscenza della sua storia grazie alla figura da onfessore dell´abate Busoni - grazie ad uno dei suoi mitici diamanti. Entrato al suo servizio, si rivelerá un servo leale e molto abile.

venerdì 9 agosto 2013

Noirtier

É il padre di Villefort, forte sostenitore dell´imperialismo bonapartista. Collabora alla realizzazione del piano dei Cento Giorni, ma in tarda etá si ritrova paralizzato il corpo intero ad esclusione degli occhi, vispi e molto comunicativi. Forte é il legame con la nipote Valentine, cui é molto affezionato.

Un contadino con un occhio del diavolo, di Ilyan Repin

La lettera che il capitano Leclerc affida a Dantes é indirizzata al bonapartista Noirtier, residente a Parigi. Si puó dire che a causa sua il giovane finisca in prigione; il cospiratore é infatti il padre del procuratore Villefort, che interroga Edmond, e che decide di mandare il marsigliese in prigione proprio per questo motivo. Nonostante questo, il signor Noirtier si rivelerá un personaggio positivo.
Pur essendo costretto su una sedia, grazie al suo aiutante il vecchio riesce ad aiutare Valentine a coronare il suo sogno d´amore con Maximilien. Il suo modo di comunicare é stravagante ma straordinariamente efficace:

"Certo, mancavano i movimenti delle braccia, i suoni della voce, l´atteggiamento del corpo, ma quegli occhi potenti supplivano a tutto: il vecchio Noirtier comandava con gli occhi, ringraziava con gli occhi, era un cadavere con degli occhi vivi, e niente talvolta era piú spaventoso di quel volto di marmo quando, in alto, gli occhi si accendevano di collera o splendevano di gioia.
Soltanto tre persone sapevano capire quel linguaggio del povero paralitico: Villefort, Valentine e il vecchio domestico [...]."

 Viene infatti spiegato che é stato istituito un codice per le espressioni piú semplici, come sí e no; per le frasi piú strutturate o i concetti meno intuitivi il vecchio ricorre all´uso del dizionario, comunicando all´interlocutore le prime tre lettere della parola cercata e fissando poi quella desiderata. Come giá detto, il vecchio sará d´aiuto a Valentine: in primo luogo impedirá il matrimonio con Franz d´Epinay, prima modificando il proprio testamento grazie ad un notaio e poi confessando di essere stato l´omicida del padre del giovane; in secondo luogo accettando Maximilen e salvando la giovane Valentine dalla morte per avvelenamento grazie alla somministrazione costante di piccole dosi di veleno. Decide infine di lasciare ai due innamorati la propria ereditá, a patto di mantenere un rapporto costante.

mercoledì 7 agosto 2013

Valentine Villefort

Figlia dell´ex procuratore del re e della defunta contessa di Saint Meran, Valentine Villefort  é l´opposto di suo padre: dolce, gentile ed altruista é la ragazza che Montecristo e Haydée prenderanno sotto la propria ala protettiva, sino a constentirle di stare con Maximilien Morrel, di cui é molto innamorata.

Miss Craigie, di Allan Ramsay

La prima volta che Valentine si imbatte con la narrazione é ad un appuntamento con Maximilien, di cui é evidentemente innamorata. Purtroppo, si spiega con i loro dialogo, lei é promessa a Franz d´Epinay, amico di Albert de Morcerf, e dubita che i genitori acconsentirebbero al loro fidanzamento. 

"Mi avete detto, povera bambina, che eravate fidanzata con il signor d´Epiany, che vosttro padre aveva deciso questo matrimonio, e che sarebbe avvenuto perché tutto quello che il signor di Villefort vuole, accade infallibilmente. [...] e tuttavia mi amate, avete avuto pietá di me, Valentine, e me l´avete detto [...]"

Queste sono le parole di Morrel, profonde e dolci. I due continuano a vedersi di nascosto, lontano da sguardi indiscreti al confine tra casa Villefort e il terreno comprato dal ragazzo proprio per starle piú vicino. Presto si annuncia peró il ritorno a Parigi del promesso sposo (celeberrima espressione, eh?) e si prospetta un periodo difficile per la coppia. Maximilien peró la rassicura, col permesso di informare del loro amore il Conte di Montecristo, é sicuro che una soluzione si riuscirá a trovare. I due peró hanno un altro alleato: il nonno di Valentine, il signor Noirtier. Egli, pur essendo paralitico, fará molto per loro: facendo chiamare un notaio, il vecchio redige il suo testamento.

"'Tu non vuoi che io sposi il signor Franz d´Epinay?'
'No, non voglio' espresse l´occhio del vecchio.'E diseredate vostra nipote - esclamó il notaio, - perché il suo matrimonio non vi é gradito? 'Sí'.
 [...]
'Signore - disse il notaio rivolgendosi al vecchio, - che cosa contate di fare del vostro patrimonio nel caso in cui la signorina Valentine sposi il signor Franz d´Epinay?'
Il vecchio rimase immobile. 'Contate comunque di disporne?'
'Sí' fece Noirtier.
'In favore di qualcuno della vostra famiglia?'  'No'
'Allora in favore dei poveri?' 'Sí'."

A causa di questa clausola, la signora Villefort escogita un piano malvagio: avvelenare Noirtier e Valentine per permettere a suo figlio Eduard di ereditare tutto il patrimonio. I due infatti progettano una fuga d´amore quando il matrimonio sembra ormai prossimo, ma sono costretti a rinunciare proprio a causa delle pessime condizioni di salute della giovane. Il matrimonio con Franz salta, poiché si scopre che Noirtier é stato l´assassino di suo padre. Noirtier scopre, a causa di un attacco venuto al suo inserviente, il complotto dell´avvelenamento, da cui lui stessa l´aveva salvata grazie a piccole dosi giornaliere di veleno. Proprio mentre lei si riprende dall´ultimo attentato alla sua vita, il conte la rapisce. Grazie al suo piano, le permette di ritrovarsi con Morrel, e di concedere loro una vita felice.

martedì 6 agosto 2013

Maximilien Morrel

Maximilien é il figlio di Monsieur Morrel, che diventa presto uno dei favoriti dal Conte e che riuscirá, grazie a lui, a coronare il suo sogno d´amore. É anche l´ultimo a cui il conte dá sue notizie.

Il pittore Colin Alexander, di Theodore Gericault

Il figlio dell´armatore Morrel é sempre stato molto devoto al padre, e soprattutto molto influente su di lui. É lui infatti che le due donne di casa chiamano quando la situazione finanziaria familiare inizia a complicarsi. Egli aveva intrapreso la carriera militare, mostrando spiccate doti nell´arte del combattimento, grazie a cui era entrato all´École Polytechnique. Pur essendo promettente e bene inserito nell´apparato militare statale, é necessaria la sua figura per sostenere le difficoltá che il futuro presenta.

"Era questo giovane ce la madre e la sorella chiamavano in aiuto, per sostenerle nella grave situazione che presagivano.
Non si erano ingannate sulla gravitá della situazione, perché un attimo dopo che Morrel fu entrato con Cocles nel suo studio, Julie ne vide uscire quest´ultimo pallido, tremante e con il viso stravolto."

Appena giunge infatti, il padre gli spiega quanto grave sia la situazione e che non si sarebbe rifiutato di suicidarsi, nel caso in cui non sarebbe riuscito a far quadrare i conti. Ma é qui che arriva il conte e salva l´armeria. Dopo l´episodio, Morrel viene introdotto da Albert de Morcerf al Conte di Montecristo, il quale ne rimane subito colpito e inizia da subito a trattarlo come suo figlio, a favorirlo in tutto e per tutto - ovviamente in modo discreto e anonimo.
Maximilien infatti é innamorato di Valentine Villefort, e Montecristo si rivelerá decisivo per la loro relazione. Promessa infatti ad un altro uomo, ella non avrebbe mai potuto sposare il figlio di un armatore di Marsiglia. Quando peró Villefort decide di suicidarsi, Montecristo mette in atto il suo piano: rapisce Valentine e ne simula la morte grazie al suo elisir, porta a Marsiglia  Maximilien e lo stordisce con una droga (ambrosia o eroina) e li fa ricongiungere nella sua cittá natale. La coppia é la sola con cui Montecristo e Haydée mostrino la loro sincera natura, tanto che Edmond lascia una lettera di addio alla coppia, che da lontano li guarda partire insieme a Jacopo. Le ultime parole del romanzo sono dei tre:

"'Guardate' disse Jacopo. Gli occhi dei due giovani si fissarono sul punto indicato dal marinaio, e, sulla linea di un azzurro piú intenso che separava all´orizzonte il cielo dal Mediterraneo, scorsero una vela bianca, grande come l´ala di un gabbiano.
'Partito! - esclamó Morrel - partito! Addio, amico mio, mio padre!'
'Partita! - mormoró Valentine. - Addio, amica mia! addio, mia sorella!'
'Chissá se li rivedremo mai?` disse Morrel asciugandosi una lacrima.
'Amico mio - disse Valentine, - il conte non ci ha appena detto che tutta l´umana saggezza consiste in queste due parole:
Attendere e sperare?'"

Cosí si conclude il romanzo, con Maximilien come erede spirituale del Conte di Montecristo.

sabato 3 agosto 2013

Gerard de Villefort

Procuratore del re, Villefort é colui che incarcera ufficialmente Dantes. La sua vita é cupa e misteriosa, piena di segreti. A cominciare da suo padre Noirtier


Autoritratto, di John Trumbull


Il procuratore Villefort, da sempre realista, ci viene presentato per la prima volta come un giovane innamorato il giorno del suo fidanzamento con la signorina di Saint Meran. Il fidanzamento, contemporaneo a quello di Dantes, viene interrotto proprio a causa dell´arresto di Edmond.
Egli stesso decide di interrogare personalmente il sospetto bonapartista; l´interrogatorio sembra procedere bene e tranquillamente fino a che il marinaio nomina la lettera; alla lettura del messaggio Villefort cambia improvvisamente il suo comportamento.

"'Al signor Noirtier, rue Coq-Héron, Parigi'
Un fulmine che fosse caduto su Villefort non lo avrebbe colpito in un modo piú rapido e inatteso; si lasció cadere sulla sedia dalla quale si era alzato per prendere il fascicolo dei documenti confiscati a Dantes e, sfogliandolo precipitosamente, ne estrasse la lettera fatale, sulla quale gettó uno sguardo di indicibile terrore '
Signor Noirtier, rue Coq-Héron, n° 13' mormoró impallidendo sempre piú."

Durante la sua prigionia, Dantes scopre grazie al colto Faria che  in realtá Villefort é figlio di Noirtier, il destinatario della lettera bonapartista. Pur avendolo trattato con modi gentili, il procuratore decide di mandare al Cateaux d´If il giovane per tenere lontane le sue origini girondine.
Grazie a Bertuccio, Montecristo viene a sapere ció che causerá la sua fine:

"Lasciai che deponesse la cassetta nella fossa, che ricoprí di terra; poi pestó con i piedi la terra smossa, per far sparire ogni traccia dell´operazione notturna. Allora mi gettai su di lui e gli affondai il coltello nel petto. [...] In un attimo dissotterrai con la vanga la cassetta [...] con il coltello feci saltare la serratura. In una fascia di fine batista era avvolto un neonato [...]"

Si scoprirá poi che quel neonato é Benedetto, accudito da Bertuccio e sua sorella. Villefort ha una figlia, Valentine, avuta con la signorina Saint Meran e un bambino piú piccolo insieme ad un´altra donna. Alla fine del romanzo, viene istruito un processo che coinvolge sia Villefort che la signora Danglars, i veri genitori di Benedetto, e che porterá al suicidio dell´ex procuratore del re.

mercoledì 7 dicembre 2011

Perchè questo blog?

Siamo due fratelli di 16 e 23 anni che vedono nella letteratura una grande potenzialità: creare dei mondi. Il Conte di Montecristo ci sembra l'opera ideale in questo senso: lo si può leggere tutto d'un fiato perchè ha una trama veloce e coinvolgente, ma una volta che si è finito il libro nasce naturale l'idea che la storia sia solo un punto di partenza.

Se hai degli spunti, dei temi da proporre, dei consigli.. Scrivici, parliamone e se vuoi aiutaci!

martedì 6 gennaio 2009

Capitolo VI: Il sostituto procuratore del re

Di fronte alla fontana delle Meduse, in rue du Grand-Cours, in una delle antiche abitazioni dell’architettura aristocratica costruite da Puget, nello stesso giorno e alla stessa ora si festeggiava un altro pranzo di fidanzamento. Ma gli attori di questa scena, invece che gente del popolo, marinai e soldati, provenivano dalla più alta società marsigliese. Erano tutti magistrati ora senza occupazione, dimessi dalle loro cariche sotto l’usurpatore; vecchi ufficiali disertori passati nelle file dell’armata di Condé; giovani cresciuti dalle loro famiglie insicure della propria sicurezza, nonostante l’aver mandato quattro o cinque sostituti pagati al servizio militare, in odio all’uomo che cinque anni d’esilio hanno reso un martire e quindici anni di Restaurazione un dio. Erano tutti a tavola e la discussione era piuttosto animata, accesa da tutte le vicissitudini e le idee dell’epoca, tanto più terribili e violente nel Mezzogiorno, dove da cinquecento anni l’astio per la religione rafforza quello politico. L’imperatore, sovrano dell’isola d’Elba dopo esserlo stato di una parte di Mondo, con adesso cinque o seimila sottomessi dopo che era stato gridato «Viva Napoleone!» da centoventi milioni di sudditi e in dieci lingue diverse, in quella conversazione era trattato come uomo finito che aveva perso per sempre la Francia e il trono.
I magistrati sottolineavano i suoi errori politici, i militari discutevano di Mosca e di Lipsia; le donne del suo divorzio da Joséphine. A quel sistema di nobiltà realista, felice e trionfante non per la caduta dell’uomo ma per l’eliminazione del principe, sembrava che la vita ricominciasse, che si stesse uscendo da un brutto sogno. Un vecchio, decorato con la croce di Saint-Louis, si alzò e invitò i presenti a un brindisi alla salute di Louis XVIII; era il marchese di Saint-Méran. Il brindisi, che ricordava insieme l’esiliato di Hartwell e il sovrano pacificatore della Francia intera, la gioia fu grande, i bicchieri vennero alzati alla maniera inglese, le donne si tolsero di dosso i mazzetti di fiori e li appuntarono sulle decorazioni. Fu una scena quasi poetica. «Dovrebbero ammetterlo, se fossero qui – disse la marchesa di SaintMéran, una donna dallo sguardo freddo, le labbra sottili, un modo aristocratico e ancora elegante nonostante i suoi quarantatré anni – dovrebbero ammetterlo, tutti quei rivoluzionari che ci hanno mandati via e che noi invece lasciamo tranquillamente cospirare nelle nostre dimore, che hanno comprato per quattro pezzi di pane sotto il Terrore; dovrebbero ammetterlo che la vera devozione era la nostra, noi sempre fedeli alla monarchia anche in brutti tempi e loro, al contrario, invocavano il sole nascente e cercavano la loro fortuna mentre noi perdevamo la nostra; dovrebbero ammetterlo che per noi il nostro era davvero re Luigi il Beneamato, mentre per loro l’altro non è mai stato altro che l’usurpatore Napoleone il Maledetto; sbaglio Villefort?»
«Cosa dicevate, signora marchesa? Scusatemi, non stavo seguendo il filo della discussione.»
«Via, lasciate stare questi giovani, marchesa – disse il vecchio che aveva proposto il brindisi – stanno per sposarsi e ovviamente devono parlare di cose diverse dalla politica.»
«Perdono, madre – disse una giovane dai capelli biondi e con occhi di velluto immersi in un liquido madreperla – vi lascio subito il signor di Villefort che avevo rubato alla conversazione per un istante. Signor di Villefort, mia madre vi sta parlando.»
«E io sono felice di risponderle, se vuole essere così gentile da ripetere la domanda che mi ha fatto, non ho capito bene.» disse il signor di Villefort.
«Vi perdono, Renée – disse la marchesa sorridendo teneramente, in un modo che stupiva in quel volto asciutto, ma il cuore della donna è fatto così: per quanto inaridisca al vento dei pregiudizi o per le esigenze delle etichette, c’è sempre un angolo tenero e ridente, quello che Dio ha riservato all’amore materno. – Vi perdono… Dicevo, Villefort, che i bonapartisti non avevano né la vostra convinzione, né il vostro entusiasmo, né la vostra dedizione.»
«Oh, signora, ma hanno una cosa che supera tutto questo: il fanatismo. Napoleone è il Maometto d’Occidente. Per tutti questi uomini rozzi, ma di estrema ambizione, non è soo un legislatore e un capo, ma anche un modello, il modello dell’uguaglianza.»
«Dell’uguaglianza! – esclamò la marchesa – Napoleone modello di uguaglianza? E che dire allora di Robespierre? Mi pare che gli togliate il posto per cederlo al Còrso, e mi sembra lo usurpiate.»
«No, madame – disse Villefort – lascio ognuno al suo posto: Robespierre sul suo patibolo in piazza Louis XIV e Napoleone in piazza Vendôme, sulla sua colonna. Solo che il primo sosteneva un’uguaglianza che abbassa, il secondo un’uguaglianza che innalza: uno ha portato i re al livello della ghigliottina, l’altro il popolo al livello del trono. Ma non vuol dire – aggiunse ridendo – che non siano entrambi tremendi rivoluzionari e che il 9 termidoro e il 4 aprile 1814 non siano due giorni felici per la Francia e degni ugualmente di essere festeggiati dagli amici dell’ordine e della monarchia; il fatto però non spiega come mai Napoleone, decaduto definitivamente, spero, abbia ancora i suoi seguaci. Ma che volete, marchesa? Cromwell, che non valeva la metà di quello che è stato Napoleone, aveva ancora i suoi amici!»
«Sapete che quanto dite, Villefort, odora di rivoluzione tremendamente? Ma vi perdono: non si può nascere da un giacobino senza conservare qualcosa della propria origine.»
Un caldo rossore pervase la fronte di Villefort.
«Mio padre era un girondino, signora – disse – è vero; ma non ha votato per la morte del re, è stato proscritto dallo stesso Terrore che proscriveva voi, ed ha anche rischiato che la sua testa cadesse sullo stesso patibolo da cui cadde la testa di vostro padre.»
«Sì – disse la donna senza alcun turbamento per il cruento ricordo – ma sarebbe stato per idee diametralmente opposte; e lo prova il fatto che tutta la mia famiglia è rimasta fedele ai principî anche quando era in esilio, mentre vostro padre non ha esitato a schierarsi con la nuova reggenza: prima il cittadino Noirtier è stato girondino, poi il conte Noirtier è diventato senatore.»
«Madre mia, madre mia – disse Renée – avevamo deciso, certo ricordate, di non parlare più di questi brutti ricordi.»
«Signora – rispose Villefort – mi unisco alla signorina di Saint-Méran per chiedere umilmente di dimenticare quello che è stato. A che pro discutere di cose davanti alle quali la stessa onnipotenza di Dio è impotente? Dio può modificare il futuro, ma certo non può modificare il passato. Quello che invece è concesso a noi uomini è, se non eliminarlo, almeno stenderci sopra un velo d’oblio.
Io non solo ho rinnegato le idee, ma anche il nome di mio padre! Mio padre era, forse lo è ancora, bonapartista, e si chiama Noirtier; io sono realista e mi chiamo Villefort. Lasciate essiccare nel vecchio tronco quanto rimane della linfa rivoluzionaria e guardate, mia signora, solo il ramo che si allontana da quel tronco senza potere, e quasi dirò senza volere, staccarsene del tutto»
«Eccellente, Villefort – disse il marchese – bravo, bella risposta! Anch’io ho sempre chiesto alla marchesa di dimenticarsi del passato, ma senza successo; spero sarete più fortunato di me!»
«Ma sì, va bene – disse la marchesa – scordiamoci il passato, non chiedo di meglio; ma che almeno Villefort sia deciso per il futuro. Non dimenticate, Villefort, che abbiamo garantito per voi presso Sua Maestà, e che il re stesso ha voluto dimenticare il passato dietro nostra raccomandazione – gli tese la mano – come io dimentico dietro la vostra preghiera. Soltanto, se vi cadesse tra le mani qualche oppositore, sappiate che si tengono gli occhi ben aperti su di voi, dato che provenite da una famiglia che non è estranea a relazioni proprio con quegli oppositori.»
«A dire il vero, signora – disse Villefort – il mio ruolo e soprattutto il tempo in cui viviamo mi obbligano ad essere severo. E lo sarò. Ho già dovuto affrontare qualche accusa politica, e in questo senso ho già dato le mie prove. Purtroppo non siamo ancora alla fine»
«Credete?» disse la marchesa.
«Temo. Napoleone dall’isola d’Elba non è così lontano dalla Francia; la sua presenza quasi in vista delle nostre coste ravviva la speranza dei suoi partigiani. Marsiglia è piena di ufficiali a mezza paga che ogni giorno cercano contrasti con i rappresentanti della monarchia al minimo pretesto; in questa situazione nascono duelli al di qua, tra persone di classe elevata, e assassinî al di là, tra gente del popolo»
«Di certo – disse il conte di Salvieux, vecchio amico dei Saint-Méran e ciambellano del conte d’Artois – sapete che la Santa Alleanza lo trasferirà»
«Sì, se ne discuteva alla nostra partenza da Parigi. – disse il signor di Saint-Méran – E dove lo mandano?» «A Sant’Elena.»
«A Sant’Elena! Che cos’è?» chiese la marchesa.
«Un’isola a duemila leghe da qui, al di sotto dell’equatore.» rispose il conte.
«Alla buon’ora! Come dice Villefort, è una vera pazzia aver lasciato un uomo simile tra la Corsica, dove è nato, e Napoli, dove regna ancora suo cognato, e per di più di fronte all’Italia, di cui voleva fare un regno per il figlio!»


[Nel testo orginale: «À la bonne heure! Comme le dit Villefort, c'est une grande folie que d'avoir laissé un pareil homme entre la Corse, où il est né, et Naples, où règne encore son beau-frère, et en face de cette Italie dont il voulait faire un royaume à son fils. », l’ultima parte della frase non è stata tradotta nella nostra edizione di riferimento]



«Malauguratamente – disse Villefort – noi abbiamo i trattati del 1814, e non si può toccare Napoleone senza venir meno a quei trattati»

«Ebbene, verremo meno  – disse de Salvieux – Ha avuto la stessa sottiliezza, lui, quando si trattò di far fucilare lo sventurato duca d’Enghiem.»
«Sì – disse la marchesa – è deciso, la Santa Alleanza libererà l’Europa da Napoleone, e Villefort libererà Marsiglia dai suoi partigiani. Il re regna o non regna… se regna, il suo governo dev’essere forte e i suoi agenti inflessibili; è l’unico modo per prevenire il male»
«Sfortunatamente, signora – disse Villefort – un sostituto procuratore del re è chiamato all’azione quando il male è già stato fatto»
«Allora sta a lui ripararlo.»
«Potrei aggiungere, signora, che noi non ripariamo il male: ci limitiamo a vendicarlo.»
«Oh! signor Villefort – disse una bella ragazza, figlia del conte di Salvieux e amica di Renée – cercate dunque di farci assistere ad un bel processo mentre siamo a Marsiglia! Non ho mai visto una corte d’assise e si dice che sia molto interessante e curiosa.»
«Effettivamente è molto curiosa, signorina – disse il sostituto – perché al posto di una tragedia inventata si rappresenta un dramma vero e reale; al posto di dolori simulati ci sono dolori veri. Calato il sipario, quell’uomo che si vede là, invece di tornare a casa, di andare a cenare in famiglia e di andare a dormire tranquillo per rifare la stessa scena il giorno seguente, ritorna in prigione, dove il più delle volte trova il boia. Vedete bene che per le persone impressionabili che cercano emozioni non c’è spettacolo che si possa paragonare a questo. State tranquilla, signorina, se si presenterà l’occasione, ve lo mostrerò dal vero.»
«Ci fa venire i brividi… e ride!» disse Renée impallidendo.
«Che volete… è un duello… Ho già richiesto e ottenuto in cinque o sei casi la pena di morte contro alcuni imputati politici… ebbene, chissà quanti pugnali in questo momento vengono affilati nelle tenebre o sono già pronti contro di me!»
«Oh, mio Dio! – disse Renée sempre più pallida – parlate seriamente, Villefort?»
«Non si può parlare più seriamente, signorina. – rispose il giovane magistrato con un sorriso sulle labbra – E con i bei processi che la signorina desidera per soddisfare la sua curiosità, e che io cerco per soddisfare la mia ambizione, la situazione non farà che peggiorare. Tutti questi soldati di Napoleone, abituati ad andare alla cieca contro le pallottole nemiche, credete che ci penseranno due volte a bruciare una cartuccia o ad imbracciare la baionetta? Penseranno di più prima di uccidere un uomo che credono un loro nemico personale che prima di uccidere un russo, un austriaco o un ungherese che non hanno mai visto? Del resto serve che sia così, perché altrimenti la nostra posizione non si giustificherebbe. Io stesso, quando vedo accendersi nell’occhio dell’imputato il bagliore luminoso della rabbia, mi esalto e acquisto vigore: non è più un processo, ma è un combattimento; io lotto contro di lui, lui risponde, io raddoppio; il combattimento si conclude come ogni altro, con una vittoria o una sconfitta. Ecco cos’è un vero dibattimento! È il pericolo che dà origine all’eloquenza! Un accusato che sorride dopo una mia replica mi dà la certezza di aver parlato male, con frasi scialbe, insufficiente. Pensate ora com’è la sensazione di orgoglio che prova un procuratore del re convinto della colpevolezza dell’accusato, quando vede il reo avvilirsi e annientarsi sotto il peso delle prove e i fulmini della sua eloquenza! Quella testa si abbassa, quella testa cadrà.»
Renée emise un gemito.
«Questo sì che è parlare!» disse uno dei convitati.
«Ecco l’uomo che serve oggi!» disse un altro.
«È vero – disse un terzo – nel vostro ultimo processo siete stato superbo, mio caro Villefort. Mi riferisco a quell’uomo che aveva ucciso suo padre. Ebbene, voi avete ucciso lui con le vostre parole prima che lo toccasse il boia.»
«Oh! dei parricidi – disse Renée – poco mi interessa, non ci sono supplizi abbastanza grandi per gente di tele fatta, …ma degli infelici accusati politici!»
«Degli accusati politici, Renée! – esclamò la marchesa – Di loro interessa ancora meno, perché il re è il padre della nazione, e voler rovesciare o assassinare il re significa voler uccidere il padre di trentadue milioni di uomini.»
«Ma… Villefort – disse Renée – mi promettete di essere indulgente con coloro che vi raccomanderò?»
«State tranquilla – disse Villefort con un sorriso affettuoso – prepareremo insieme le requisitorie.»
«Mia cara – disse la marchesa – occupatevi dei vostri colibrì, dei vostri cani e dei vostri nastri, e lasciate che il vostro futuro sposo faccia il suo compito. Oggi le armi riposano e sono in auge le toghe; c’è a proposito un motto latino di grande profondità»


[Nel testo: «Ma chère - dit la marquise - mêlez-vous de vos colibris, de vos épagneuls et de vos chiffons, et laissez votre futur époux faire son état. Aujourd'hui, les armes se reposent et la robe est en crédit; il y a là-dessus un mot latin d'une grande profondeur. »]


«Cedant arma togae» disse Villefort inchinandosi.
«Non osavo parlare latino» rispose la marchesa. [assente nella versione di riferimento]
«Avrei preferito foste un medico, – riprese Renée – l’angelo sterminatore, anche se angelo, fa sempre paura.»
«Cara Renée!» mormorò Villefort accompagnando le parole con uno sguardo d’amore.
«Figlia mia – disse il marchese –Villefort sarà il medico morale e politico di questa provincia; credetemi, questa è una bella parte da rappresentare.»
«E sarà il modo per far dimenticare la parte che invece ha rappresentato suo padre.» aggiunse l’incorreggibile marchesa.«Signora – riprese Villefort con un mesto sorriso – ho già avuto l’onore di dirvi che mio padre ha, o almeno spero, abiurato gli errori del passato, che è ora un amico zelante della religione e dell’ordine, forse anche più di me, perché lui lo è con pentimento, e io solo con passione.»
E dopo questa frase di somma arte retorica, Villefort, per giudicare l’effetto della sua eloquenza, guardò i convitati, come avrebbe fatto dopo una frase analoga con l’uditorio del suo seggio in tribunale.
«Ebbene, mio caro Villefort – riprese il conte di Salvieux – è esattamente quello che ho detto l’altro giorno alle Tuileries al ministro della casa reale che mi chiedeva spiegazioni sulla singolare unione tra il figlio di un girondino e la figlia di un ufficiale dell’armata di Condé; il ministro ha capito molto bene. Questo sistema di fusione è lo stesso di Louis XVIII. Così il re, che senza che lo sapessimo stava seguendo la conversazione, ci ha interrotto dicendo: “Villefort” – notate bene che il re non ha pronunciato il cognome Noirtier, anzi ha insistito su quello di Villefort – “Villefort – ha dunque detto il re – farà una bella carriera; è un giovane già maturo, che mi soddisfa totalmente. Vedo con favore che il marchese e la marchesa di Saint-Méran lo prendano come genero e avrei suggerito io stesso questa unione se non fossero venuti loro per primi a chiedermi il permesso di concluderla”»
«Il re ha detto questo?» esclamò Villefort estasiato.
«Ho riportato le sue stesse parole e, se il marchese vuol essere sincero, ammetterà che quanto ho appena detto è esattamente quello che il re disse a lui stesso sei mesi fa, quando gli parlò di un progetto di matrimonio tra sua figlia e voi.»
«Sì, è vero.» disse il marchese.
«Dunque dovrò tutto a questo eccellente sovrano! Cosa potrei non farò per servirlo!»
«Finalmente, – disse la marchesa – così vi voglio: si presenti ora un cospiratore e avrà il suo benvenuto!»
«E io, madre mia – disse Renée – prego il signore che non vi ascolti affatto, e che invii al signor di Villefort solo furti, piccoli fallimenti finanziari e frodi spicciole; solo così potrò dormire tranquilla»
«È come – disse Villefort ridendo – augurare a un medico che gli capitino solo delle emicranie, degli arrossamenti e delle punture di vespe, tutte cose che coinvolgono solo l’epidermide. Se volete invece vedermi procuratore del re, auguratemi il contrario: che io abbia malattie terribili la cui cura rende onore al medico.»
In quel momento, come se il caso avesse aspettato che Villefort formulasse il suo augurio per esaudirlo, entrò un cameriere e gli disse qualche parola all’orecchio. Villefort lasciò la tavola scusandosi e tornò dopo qualche istante, con il volto raggiante e le labbra sorridenti. Renée lo guardò con amore; visto così, con i suoi occhi azzurri, la carnagione un po’ bruna e i favoriti neri che incorniciavano il volto, era davvero un giovane bello ed elegante. Tutta l’anima della giovane sembrava pendere dalle sue labbra, in attesa che spiegasse la causa della sua momentanea assenza.
«Ebbene– disse Villefort – voi, signorina, desideravate avere un medico per marito. Per lo meno ho questa somiglianza con i discepoli di Esculapio (si parlava ancora così nel 1815), di non poter mai dire che un’ora sia tutta mia, e vengono a disturbarmi anche quando sono con voi, e per di più al pranzo del mio fidanzamento.»

[Nel testo: «Eh bien, dit Villefort, vous ambitionniez tout à l'heure, mademoiselle, d'avoir pour mari un médecin, j'ai au moins avec les disciples d'Esculape (on parlait encore ainsi en 1815) cette ressemblance, que jamais l'heure présente n'est à moi, et qu'on me vient déranger même à côté de vous, même au repas de mes fiançailles.»]

«E per che cosa siete stato disturbato, signore?» chiese la bella ragazza con una leggera inquietudine. «Ahimè! Per uno che, se è come mi hanno riferito, è in una gravissima situazione; questa volta si tratta di un caso grave, e la malattia rischia la pena capitale.»
«Oh, mio Dio!» esclamò Renée impallidendo.
«Davvero?» chiesero gli altri all’unisono.
«Sembra sia stato scoperto nientemeno che un complotto bonapartista.»
«Impossibile!» disse la marchesa.
«Ecco la denuncia.» E Villefort lesse:

“Il signor procuratore del Re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che tale Edmond Dantès, secondo del bastimento Pharaon, giunto questa mattina da Smirne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di consegnare una lettera per l’usurpatore, e dall’usurpatore di consegnarne un’altra al comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo poiché si troverà tale lettera nelle sue tasche, in casa di suo padre o nella sua cabina a bordo del Pharaon.”

«Ma – disse Renée – questa altro non è che una lettera anonima, ed è indirizzata al procuratore del re, non a voi.»
«Sì, ma il procuratore del re è assente; in sua assenza la lettera è stata consegnata al suo segretario che è autorizzato ad aprire la corrispondenza. Egli deve aver aperto la lettera, mi ha fatto cercare e, non trovandomi, ha dato gli ordini per l’arresto.»
«Il colpevole è quindi già stato arrestato.» disse la marchesa.
«Cioè l’accusato» puntualizzò Renée.
«Sì, signora – disse Villefort – e, come avevo l’onore di dire poco fa alla signorina, se si trova la lettera, il malato è compromesso gravemente.»
«E dov’è l’infelice?» chiese Renée.
«A casa mia, ad aspettarmi.»
«Andate dunque, amico mio – disse il marchese – non mancate al vostro dovere per trattenervi con noi è il servizio del re che vi attende altrove. Andate dunque dove vogliono che siate.»
«Ah, signor di Villefort – disse Renée supplicandolo – siate indulgente; ricordatevi che è il giorno del vostro fidanzamento!»
Villefort fece un giro intorno alla tavola e si avvicinò alla sedia della giovane, si appoggiò alla spalliera e disse: «Per risparmiarvi l’inquietudine farò il possibile, cara Renée. Ma se gli indizi sono incontestabili e l’accusa si dimostrerà vera, bisognerà pur tagliare quest’erba bonapartista.»
Renée ebbe un brivido alla parola tagliare, perché l’erba che si trattava di tagliare era la testa di un uomo.
«Via, via! – disse la marchesa – non state ad ascoltare questa ragazzina, Villefort; si abituerà.»
E la marchesa tese a Villefort una mano secca che lui baciò, sempre guardando Renée e dicendole con gli occhi: “È la vostra mano che sto baciando, o almeno quella che vorrei che fosse.”
«Tristi auspici!» mormorò Renée.
«In verità, signorina – disse la marchesa, – siete puerile in modo esasperante: vi chiedo cosa abbia a che fare il destino dello Stato con le vostre fantasie sentimentali e la vostra volubilità d’animo…»
«Oh! madre mia!» mormorò Renée.
«Chiedo scusa per la maldestra realista, signora marchesa – disse Villefort – vi prometto di fare il mio mestiere di sostituto procuratore del re coscienziosamente, ovvero sarò terribilmente severo.»
Ma, negli stessi istanti in cui il magistrato rivolgeva queste parole alla marchesa, il fidanzato gettava di nascosto uno sguardo all’amata, uno sguardo che diceva: “State tranquilla, Renée: per il vostro amore, sarò indulgente.”
Renée rispose a quello sguardo con il più dolce dei sorrisi, e Villefort se ne andò con il paradiso nel cuore.