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sabato 5 settembre 2015

Il pranzo di fidanzamento (III)

E riprende anche la nostra versione!

Concludiamo in bellezza il capitolo 5, con Danglars tutto sorridente e Caderousse ancora un po' incerto, Che sarà successo? Per leggere per intero il capitolo, ecco il link.

Intanto gli altri convitati commentavano in piccoli gruppi l’arresto, ognuno facendo la propria supposizione. «E voi, Danglars – chiese qualcuno – che pensate dell’accaduto?»
«Io – disse Danglars – credo che abbia portato qualche merce proibita»
«In questo caso lo avreste dovuto sapere, visto che siete il contabile della nave»
«Sì, è vero; ma il contabile conosce solo quanto a lui dichiarato: so che abbiamo un carico di cotone, e basta; so che abbiamo ritirato il carico ad Alessandria dal signor Pastret, e a Smirne dal signor Pascal, niente di più»
«Ora mi ricordo – mormorò il povero padre– che ieri mi ha detto di avere una cassa di caffè e una di tabacco per me»
«Vedete – disse Danglars – si tratta di questo: mentre non c’eravamo la dogana avrà fatto dei controlli a bordo del Pharaon e avrà scoperto il contrabbando»
Mercedes non lo credeva affatto; soffocato fino a quel momento il suo dolore, a un tratto scoppiò in lacrime.

lunedì 20 aprile 2015

Il pranzo di fidanzamento (II)

La seconda parte. Come annunciato, le parole all'aria di Danglars....

Questa risposta provocò una nuova esplosione di gioia e di evviva.
«E quindi quello che crediamo essere un pranzo di fidanzamento – disse Danglars – è in realtà un pranzo di nozze?»
«No – disse Dantès – state tranquilli, non ci perdete nulla. Domani mattina parto per Parigi; cinque giorni per andare e cinque per tornare, un giorno per eseguire coscienziosamente la commissione di cui sono stato incaricato, e il 12 marzo sarò di ritorno. Il 12 marzo, quindi, ci sarà il vero pranzo di nozze»
La prospettiva di un nuovo festino raddoppiò la felicità generale, al punto che papà Dantès, che all’inizio del pranzo si lamentava del silenzio, ora, in mezzo alla conversazione generale, tentava inutilmente di far udire il suo augurio di prosperità ai futuri sposi. Dantès indovinò il pensiero di suo padre e ringraziò con un sorriso pieno d’amore. Mercedes guardò l’orologio della sala e fece un piccolo segno a Edmond. Regnava nella sala, intorno al tavolo, quell’allegria rumorosa tipica della fine dei pranzi della gente di bassa condizione. Chi era poco soddisfatto del suo posto si era alzato da tavola e aveva cercato altri vicini. Tutti si parlavano uno sopra l’altro, e nessuno si preoccupava di rispondere a chi gli faceva domande.

mercoledì 15 aprile 2015

Il pranzo di fidanzamento (I)

E iniziamo con il quinto! L'inizio del corpo narrativo del romanzo sta in questo capitolo.  Da qui in avanti prende il via l'azione del protagonista, Edmond. O meglio, nella prossima parte!
Il giorno dopo fu una bella giornata, il sole si alzò puro e splendente e i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano le cime spumeggianti delle onde di un meraviglioso color rubino. Il pranzo era stato preparato al primo piano della Réserve, l’osteria con il pergolato di cui abbiamo già fatto conoscenza. C’era una grande sala illuminata da cinque o sei finestre, al di sopra delle quali era scritto, senza che nessuno ne conosca il motivo, il nome di una delle grandi città della Francia; una balconata in legno collegava dall’esterno tutte le finestre.
Benché il pranzo fosse fissato per mezzogiorno, fin dalle undici del mattino la terrazza era percorsa da persone che passeggiavano impazienti. Erano i marinai del Pharaon e qualche amico di Dantès.
Tutti indossavano gli abiti migliori, per fare onore ai fidanzati. Correva voce tra gli invitati dello sposo che gli armatori del Pharaon avrebbero onorato il fidanzamento del secondo; ma questo era un tale onore per Dantès che nessuno osava crederci. Però Danglars, arrivando in compagnia di Caderousse, confermò la notizia; quella stessa mattina aveva incontrato il signor Morrel in persona, che gli aveva assicurato che sarebbe venuto al pranzo alla Réserve. Infatti, un momento dopo il signor Morrel fece il suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del Pharaon con un evviva e con un mare di applausi.
La presenza dell’armatore era per loro la conferma della voce che già correva, cioè che Dantès sarebbe stato nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato a bordo, quelle brave persone facevano capire in quel modo all’armatore che una volta tanto la scelta era in sintonia con i desideri dei subordinati.
Appena il signor Morrel fece la sua comparsa, Danglars e Caderousse furono unanimemente incaricati di andare a cercare i fidanzati: dovevano avvisarli dell’arrivo del personaggio importante il cui arrivo aveva suscitato così grande impressione, e dire loro di affrettarsi.
Danglars e Caderousse partirono di corsa, ma non avevano fatto cento passi che scorsero il piccolo gruppo che si stava avvicinando. Quel piccolo gruppo era composto di quattro ragazze catalane, amiche di Mercedes, che accompagnavano la fidanzata, alla quale Edmond teneva il braccio. Vicino alla futura sposa camminava il vecchio Dantès e dietro di loro camminava Fernand, con un sogghigno sinistro. I due poveri ragazzi erano talmente felici che non vedevano altro che se stessi e quel bel cielo che li benediceva. Danglars e Caderousse svolsero la loro missione di ambasciatori. Poi, dopo aver scambiato una stretta di mano vigorosa e amichevole con Edmond, Danglars andò sedersi vicino a Fernand e Caderousse di fianco al padre di Dantès, ora centro dell’attenzione generale.
Il vecchio indossava il suo bel vestito di seta, ornato di larghi bottoni di acciaio sfaccettati. Le gambe, sottili ma muscolose, erano coperte da magnifiche calze di cotone molto elaborato, probabilmente di contrabbando inglese. Dal suo cappello a tre punte scendevano un nastro bianco e uno azzurro. Si appoggiava a un bastone di legno lavorato e curvo nella parte superiore, come il pedum degli antichi. Pareva uno di quegli elegantoni che nel 1796 si pavoneggiavano nei giardini riaperti del Luxembourg e delle Tuileries.
Di fianco a lui, come abbiamo detto, si era messo Caderousse, che la speranza di un buon pranzo aveva fatto riconciliare con i Dantès, e a cui ormai non rimaneva nella mente che solo un vago ricordo di quanto era accaduto il giorno prima, come quando ci si sveglia al mattino con qualche memoria del sogno fatto la notte.
Danglars, avvicinandosi a Fernand, aveva gettato al catalano imbronciato uno sguardo profondo. Fernand camminava dietro ai fidanzati, completamente trascurato da Mercedes che, con l’egoismo giovanile tanto caro all’amore, aveva occhi solo per il suo Edmond. Fernand era pallido, con improvvisi rossori che lasciavano il passo a pallori sempre più evidenti.
Ogni tanto guardava verso Marsiglia e allora un fremito nervoso e involontario lo percorreva da capo a piedi. Sembrava aspettare o almeno prevedere qualche avvenimento. Dantès era vestito con semplicità. Appartenendo alla marina mercantile indossava un abito tra l’uniforme militare e l’uniforme civile; e con quest’abito il suo bell’aspetto, anche per la gioia e la bellezza della sua fidanzata, appariva superbo. Mercedes era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Camminava con il passo agile e tranquillo delle andaluse. Una ragazza di città avrebbe forse cercato di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto le palpebre, ma Mercedes sorrideva e guardava tutto ciò che aveva intorno; il suo sorriso e il suo sguardo dicevano palesemente quanto le parole avrebbero faticato: “Se mi siete amici rallegratevi, perché sono davvero molto felice”.
Quando i due fidanzati e i loro accompagnatori furono in vista della Réserve, Morrel scese e andò loro incontro, seguito dai marinai e dai soldati, con i quali era rimasto, confermando la promessa già fatta a Dantès: sarebbe stato il successore del capitano Leclère. Edmond, vedendolo arrivare, lasciò il braccio della fidanzata e lo cedette a Morrel. L’armatore e la ragazza diedero allora l’esempio e salirono per primi la scala di legno che portava alla stanza dove era stato preparato il pranzo. La scala scricchiolò per cinque minuti sotto i passi pesanti dei convitati.
«Padre mio – disse Mercedes fermandosi al centro della tavola – voi starete alla mia destra, alla mia sinistra metterò colui che fino ad ora è stato per me un fratello» e lo disse con una dolcezza che penetrò fino al fondo del cuore di Fernand come un colpo di pugnale.
Le sue labbra si contorsero e sotto il colore scuro del suo viso virile si poté vedere ancora una volta il sangue ritrarsi a poco a poco per affluire al cuore. Intanto Dantès aveva eseguito la stessa manovra: alla sua destra aveva messo il signor Morrel, alla sinistra Danglars, poi con la mano aveva fatto segno che ognuno prendesse posto a suo piacere. Per la tavola circolavano già i salami di Arles, con le carni scure e affumicate, le aragoste con il loro roseo carapace, i ricci di mare che sembrano castagne circondate da una scorza spinosa, le vongole che per i ghiottoni del Mezzogiorno sono buone più delle ostriche del Nord, e tutti qui crostacei delicati che le onde gettano sulla spiaggia sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano con il nome di frutti di mare.
«Che bel silenzio! – disse il vecchio Dantès gustando un bicchiere di vino giallo topazio che papà Pamphile in persona aveva portato da Mercedes – si direbbe che qui ci sono trenta persone che non chiedono altro se non di ridere…»
«Eh, un marito non è sempre allegro» disse Caderousse.
«Il fatto è – disse Dantès, – che sono troppo felice in questo momento. Se è così che intendete, caro vicino, avete ragione. La gioia talvolta fa uno strano effetto: opprime come il dolore»
Danglars osservò Fernand dal cui carattere impressionabile traspariva ogni emozione.
«Andiamo – disse – avete forse qualche timore? Mi sembra al contrario che tutto vada secondo i vostri desideri»
«Ed è proprio questo che mi spaventa  – disse Edmond – a me sembra che l’uomo non sia fatto per raggiungere così facilmente la felicità! La felicità è come quei palazzi delle isole incantate le cui porte hanno i draghi per guardiani: bisogna combattere per conquistarli e io in verità non so quale merito io abbia conquistato per ricevere la ricompensa della felicità di essere il marito di Mercedes»
«Marito, marito… – disse Caderousse ridendo – non ancora, mio caro capitano, prova a vedere per un po’ com’è fare il marito, e vedrai come sarai ricevuto!»
Mercedes arrossì. Fernand si agitava sulla sedia e rabbrividiva al minimo rumore; di tanto in tanto il catalano si asciugava grosse gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, come le prime gocce di un urgano.
«In fede mia, vicino Caderousse – disse Dantès guardando l’orologio – non è un grave errore, per così poco. Mercedes non è ancora mia moglie, è vero… Ma tra un’ora e mezza lo sarà»
Tutti gettarono un grido di sorpresa, eccetto Dantès padre, il cui largo sorriso mostrò denti ancora belli. Mercedes sorrise e non arrossì più. Fernand afferrò convulsamente l’impugnatura del coltello.
«Fra un’ora! – esclamò Danglars, anche lui impallidito – … E come?»
«Sì, amici miei – rispose Dantès – grazie alla buona reputazione del signor Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre devo di più a questo mondo, tutte le difficoltà possono dirsi appianate: abbiamo fatto le pubblicazioni e alle due e mezzo il sindaco di Marsiglia ci attende al Palazzo della città. Essendo l’una e un quarto, non credo di essermi sbagliato poi molto nel che tra un’ora e trenta minuti Mercedes si chiamerà signora Dantès».
Fernand chiuse gli occhi: una nube di fuoco gli bruciò le palpebre; si appoggiò al tavolo per non cadere, ma nonostante tutti i suoi sforzi non poté trattenere un sordo gemito che si perse nel rumore delle risate e delle felicitazioni degli altri.
«È così che si fa, no? – disse papà Dantès – Vi sembra si possa dire che questo è perder tempo? Arrivato ieri mattina, oggi sposato! I marinai sì che sanno arrivare alla meta!»
«Ma le altre formalità?»
«Il contratto? – disse Dantès ridendo – il contratto è fatto: Mercedes non ha niente, e io nemmeno! Ci sposiamo nel regime della comunione dei beni: non è lungo da scrivere, e nemmeno da pagare!»

Vi ricordiamo che trovate l'elenco delle parti che abbiamo tradotto nella sezione "La nostra versione", oppure qui.

lunedì 13 aprile 2015

Il complotto (II)

Ecco anche la seconda parte del quarto capitolo!
«Ma il modo? …il modo?» disse Fernand.
«Non lo hai ancora trovato?»
«No, non hai detto che lo avresti trovato tu?»
«È vero – riprese Danglars – i francesi hanno questa superiorità sugli spagnoli: gli spagnoli ruminano, e i francesi inventano»
«Inventa, allora, inventa!» disse Fernand con impazienza.
«Cameriere! – disse Danglars – carta, penna e calamaio!»
«Carta, penna e calamaio?» mormorò Fernand.
«Sì, io sono un contabile: la penna, l’inchiostro e la carta sono i miei strumenti, senza cui non saprei fare nulla»
«È tutto su quel tavolo» disse il cameriere indicando gli oggetti richiesti.
«E allora dateceli». Il cameriere prese la carta, la penna e l’inchiostro e li posò sul tavolo sotto il pergolato. «Quando si pensa – disse Caderousse lasciando cadere la mano sulla carta, – che con questa si può ammazzare un uomo con più certezza che ad attenderlo in un bosco per assassinarlo… Ho sempre avuto più paura di una penna, di una bottiglia d’inchiostro e di un foglio di carta che non di una spada o di una pistola»
«Il buffone non è ancora ubriaco come sembra – disse Danglars – versategli ancora da bere, Fernand»
Fernand riempì il bicchiere di Caderousse che, da bravo bevitore, levò la mano dalla carta e la spostò sul bicchiere. Il catalano seguì i suoi movimenti finché Caderousse, quasi sopraffatto da un nuovo attacco di ubriachezza, lasciò cadere, il bicchiere sul tavolo.
«Ebbene…» riprese il catalano vedendo che il resto della lucidità di Caderousse cominciava a scomparire dietro all’ultimo bicchiere di vino.
«Ebbene dicevo, per esempio – riprese Danglars – che se, dopo un viaggio come quello che ha fatto Dantès e in cui è sbarcato a Napoli e all’isola d’Elba, qualcuno lo denunciasse…»
«Lo denuncerò io!» esclamò deciso il giovane.
«Sì, ma in questo caso vi farebbero firmare la dichiarazione, e vi metterebbero di fronte a chi avreste denunciato. Io vi darò gli elementi con cui sostenere la vostra accusa, ne sono certo. Ma Dantès non può restare eternamente in prigione; un giorno o l’altro uscirà, e allora quel giorno sarà terribile per chi ce lo ha fatto entrare!»
«Oh, desidero proprio – disse Fernand – che venga a sfidarmi a duello!»
«Sì, e Mercedes? Mercedes comincerebbe subito ad odiarti se soltanto tu osassi scalfire la pelle del suo amatissimo Edmond!»
«Hai ragione» disse Fernand.
«No, no – riprese Danglars, – se decidiamo una cosa del genere, è evidente, è meglio prendere con tranquillità questa penna, come sto facendo io, bagnarla d’inchiostro e scrivere con la mano sinistra, perché la grafia non sia riconosciuta, la piccola seguente denuncia…» E Danglars, facendo seguire l’esempio all’insegnamento, scrisse con la sinistra e con una scrittura contraffatta che non somigliava affatto alla sua le seguenti parole, che passò a Fernand e che questi lesse a bassa voce:

“Il signor procuratore del Re è avvisato, da un amico del trono e della religione, che tale Edmond Dantès, secondo del bastimento Pharaon, giunto questa mattina da Smirne dopo aver toccato Napoli e Portoferraio, è stato incaricato da Murat di consegnare una lettera per l’usurpatore, e dall’usurpatore di consegnarne un’altra al comitato bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo poiché si troverà tale lettera nelle sue tasche, in casa di suo padre o nella sua cabina a bordo del Pharaon.”

«Finalmente – continuò Danglars – in questo modo la tua vendetta sarà attribuita alle circostanze, in nessun modo potrebbe ricadere su di voi, e la faccenda andrebbe avanti da sola. Non ti resterebbe che piegare la lettera, come sto facendo io, scriverci sopra “Al signor procuratore del re” e tutto sarebbe finito»
E Danglars lo fece, come per scherzo.
«Sì, sarebbe tutto finito – esclamò Caderousse, che con un ultimo sforzo di lucidità aveva seguito la lettera e capiva istintivamente tutto il male che avrebbe potuto causare una simile denuncia. – sì, tutto sarebbe finito, ma sarebbe un’infamia» E allungò il braccio per prendere la lettera.
«Ma via – disse Danglars allontanando la lettera – quello che ho detto e fatto è soltanto uno scherzo; e sarei il primo a dispiacersi se dovesse capitare qualche sciagura a Dantès, al buon Dantès! Guardate…» Prese la lettera, la stropicciò un po’ con le mani e la gettò in un angolo del pergolato.
«Che sollievo – disse Caderousse – Dantès è mio amico, e non voglio che gli si faccia del male»
«E chi diavolo dovrebbe fargli del male? Certo non io né Fernand» disse Danglars alzandosi e squadrando da capo a piedi il catalano rimasto seduto, che non staccava gli occhi dal foglio di denuncia nell’angolo.
«In questo caso – riprese Caderousse – ci portino del vino, voglio bere alla salute di Edmond e della bella Mercedes»
«Hai già bevuto troppo, ubriacone – disse Danglars – e se continui sarai costretto a dormire qui perché non riuscirai a reggerti in piedi»
«Io? – disse Caderousse alzandosi con l’assenza di un ubriaco – io non riuscirò a reggermi in piedi? Scommettiamo che salgo sul campanile degli Accoules senza bilanciere?»
«E va bene – disse Danglars – scommetto, ma per domani; ora è tempo di tornare a casa. Dammi il braccio e andiamo»
«Andiamo – disse Caderousse – ma non ho bisogno del tuo braccio. Tu vieni, Fernand? Rientri con noi a Marsiglia?»
«No – rispose Fernand – torno ai Catalani»
«Fai male, vieni con noi a Marsiglia, dai!»
«Non ho niente da fare a Marsiglia, e non ci voglio andare»
«Come hai detto? Non vieni? Fai come vuoi. Vieni, Danglars, lasciamo rientrare il giovanotto al suo villaggio, visto che è ciò che vuole»
Danglars approfittò di quel momento di buona volontà di Caderousse per trascinarlo alla volta di Marsiglia; e, soltanto per lasciare a Fernand la via più facile, invece di prendere la rue Rives-Neuves prese la direzione della porta Saint-Victor. Caderousse lo seguiva barcollando, attaccato al suo braccio. Dopo una ventina di passi, Danglars si voltò e vide Fernand prendere il foglio di carta e metterselo in tasca, uscire dal pergolato e andare verso il Pillon.
«Ma che fa? – disse Caderousse –Ha mentito: ha detto che andava ai Catalani e invece va verso la città. Ehi! Fernand! Stai sbagliando strada, ragazzo mio!»
«Sei tu che stai sbagliando – disse Danglars – sta andando dritto per la strada delle Vieilles-Infermeries». «Davvero? – disse Caderousse – avrei giurato che svoltasse a destra. Decisamente il vino è un traditore»
«Andiamo, andiamo – mormorò Danglars – mi sembra che l’affare sia ben avviato e non resti altro che lasciarlo andare avanti da solo».

In vino veritas.

domenica 12 aprile 2015

Il complotto (I)

Ed iniziamo con il quarto capitolo, il cui titolo dice tutto: eccoci all'origine di tutto...

Danglars seguì con lo sguardo Edmond e Mercedes finché non scomparvero dietro a uno degli angoli del forte Saint-Nicolas; poi, voltandosi, scorse Fernand che era ricaduto sulla panca pallido e fremente, mentre Caderousse balbettava le parole di una canzone da osteria.
«Ecco – disse Danglars a Fernand – questo è un matrimonio che non sembra rendere tutti felici!»
«Ed è la mia disperazione» disse Fernand.
«Dunque ami Mercedes?»
«Da quando ci siamo conosciuti, l’ho sempre amata.»
«E te ne stai là a strapparti i capelli invece di cercare una soluzione! Diavolo! non credevo che la gente della vostra razza si comportasse in questo modo.»
«Cosa vuoi che faccia?» domandò Fernand.
«E che ne so io? C’entro qualcosa? Non sono io, mi sembra, l’innamorato di Mercedes, ma tu. Cercate, dice il Vangelo, e troverete.»
«Avevo già trovato.»
«Che cosa?»
«Volevo pugnalarlo l’hombre, ma lei mi ha detto che se fosse successo qualcosa al suo fidanzato si sarebbe uccisa.»
«Mah, queste sono cose si dicono sempre e poi non si fanno.»
«Non conosci Mercedes: ciò che minaccia, esegue.»
«Imbecille! – mormorò Danglars – che si uccida o no, a me poco importa, purché Dantès non diventi capitano»
«E prima che Mercedes morisse – riprese Fernand con l’accento di una decisione irremovibile – morirei io»
«Questo sì chiama amore! – disse Caderousse con una voce mossa dal vino – se non lo è questo, allora non so più cosa sia!»
«Su – disse Danglars – mi sembri un giovane per bene, e vorrei proprio aiutarti, ma…»
«Sì – disse Caderousse – troviamo il modo.»
«Mio caro – riprese Danglars, – sei quasi completamente ubriaco; finisci la bottiglia e lo sarai del tutto. Bevi e non immischiarti in ciò che facciamo: bisogna essere a mente lucida»
«Io ubriaco? – disse Caderousse – ma via! Potrei berne altre quattro di queste bottiglie! Non sono più grandi di una boccetta di acqua di Colonia. Papà Pamphile, del vino!» E per dare effetto alle sue parole, Caderousse batté il bicchiere sul tavolo.
«Dicevi, dunque?» riprese Fernand aspettando con ansia il seguito della frase interrotta.
«Cosa dicevo? Non mi ricordo. Quest’ubriacone di Caderousse mi ha fatto perdere il filo del discorso.»
«E sono ubriaco quanto vuoi... peggio per quelli che hanno paura del vino! Avranno cattivi pensieri e temono che il vino li faccia parlare - e Caderousse si mise a cantare gli ultimi due versi di una canzone molto in voga a quei tempi - Tutti i malvagi bevono acqua, Lo dimostra il diluvio universale. »
«Dicevi – disse Fernand – che vorresti aiutarmi, ma, hai aggiunto…» «Sì, stavo per dire che per darti una mano basta che Dantès non sposi la donna che ami; e il matrimonio potrebbe saltare senza che Dantès debba morire.»
«La morte sola può separarli.» disse Fernand.
«Ragioni come uno stupido, amico mio – disse Caderousse – adesso Danglars, che è un furbo, un maligno, un greco, ti dimostrerà perché hai torto. Dimostraglielo, Danglars, ho garantito io per te. Digli che non c’è bisogno che Dantès muoia… del resto mi dispiacerebbe se morisse, Dantès. È un bravo ragazzo, io voglio bene a Dantès. Alla tua salute, Dantès!» Fernand si alzò con impazienza.
«Lascialo parlare – riprese Danglars trattenendo il catalano – anche se è ubriaco, non dice baggianate. La distanza separa quanto farebbe la morte… supponete ad esempio che tra Edmond e Mercedes ci siano i muri di una prigione: sarebbero separati né più né meno che se ci fosse una lapide.»
«Sì, ma di prigione si esce – disse Caderousse con quel poco di lucidità che gli restava, mentre cercava di intervenire nella conversazione  – e quando si esce di prigione e si porta il nome di Edmond Dantès, ci si vendica.»
«Che importa!» mormorò Fernand.
«E poi – riprese Caderousse – perché dovrebbero mettere in prigione Dantès? Non ha rubato, non ha ucciso, non ha assassinato.»
«Taci una buona volta!» disse Danglars.
«No, non voglio tacere; voglio che mi si dica perché mai dovrebbero mettere in prigione Dantès. Io voglio bene a Dantès. Alla tua salute, Dantès!» E mandò giù un altro bicchiere di vino.
Danglars seguì negli occhi ormai inespressivi del sarto il progredire della sua ubriachezza. Poi, rivolgendosi a Fernand: «Capisci – disse – che non c’è bisogno di ucciderlo?»
«Certo, non c’è bisogno se, come dicevi, ci fosse il modo di farlo arrestare.»
«Cercando bene – disse Danglars – si potrebbe trovarlo. Ma perché diavolo m’immischio? Forse la cosa mi riguarda?»
«Non so se la cosa ti riguarda – disse Fernand afferrandogli un braccio – ma so che hai qualche motivo particolare di odio contro Dantès; chi già odia non s’inganna sul sentire altrui.»
«Io? …dei motivi per odiare Dantès? Nessuno, la mia parola! Io ho visto un amico infelice e la sua infelicità mi ha commosso, ecco perché mi sono interessato. Ma poiché credi che io agisca per il mio interesse, addio, amico. Cavatela da solo.»
E Danglars fece a sua volta il gesto di alzarsi.
«No – disse Fernand trattenendolo – stai qui! M’importa poco, in fin dei conti, se odi o no Dantès: io lo odio, e non lo nascondo. Trova il modo, io eseguirò! Purché che non provochi la morte dell’uomo, o Mercedes si ucciderebbe se Dantès fosse ucciso.»
Caderousse, che aveva lasciato cadere la testa sul tavolo, rialzò la fronte e, guardando Fernand e Danglars con occhi pesanti e spenti, disse: «Uccidere Dantès… chi parla di uccidere Dantès? Io non voglio che sia ucciso, io! È mio amico… si è offerto di dividere con me il suo denaro, come io ho diviso il mio con lui… Non voglio che si uccida Dantès!»
«E chi parla di ucciderlo, imbecille! – riprese Danglars – Si sta scherzando, qui. Bevi alla sua salute – e aggiunse riempiendo il bicchiere di Caderousse – e lasciaci tranquilli.»
«Sì, sì, alla salute di Dantès! – disse Caderousse, vuotando il bicchiere – alla sua salute... alla sua salute... alla sua…»

Come al solito non risparmiate consigli!

giovedì 9 aprile 2015

I catalani (III)

E anche il terzo capitolo è finito!!
Ecco qui la parte mancante.
“Il cielo mi perdoni! Non sanno d'esser visti... Eccoli!”
Danglars si godeva ogni piccolo cenno di sofferenza sul viso di Fernand, che si scomponeva in modo assai evidente.
“Li riconoscete, Fernand?” disse.
“Sì - rispose questi con flebile voce - sono Edmond e Mercedes.”
“Ah, vedete - disse Caderousse - li avevo riconosciuti! Che bella ragazza! E diteci quando si faranno le nozze, poiché Fernand si è ostinato a non volercelo dire.”
“Vuoi tacere? - disse Danglars, simulando di trattenere Caderousse, che con l’audacia dell'ubriaco si sforzava di piegarsi fuori dal pergolato - Cerca di tenerti dritto, e lascia agli innamorati la loro intimità. Guarda Fernand e prendi esempio da lui, è un uomo ragionevole.”
Forse Fernand, ormai al limite e punto da Danglars come il toro dai giostratori, stava per slanciarsi: si era già alzato e sembrava raccogliersi per scagliarsi contro il suo rivale, ma Mercedes, ridente e accorta, alzò la sua bella testa e fece brillare il suo sguardo limpido.
 Allora Fernand si ricordò della minaccia che aveva fatto di morire se Edmond fosse morto, e ricadde scoraggiato sulla panca. Danglars guardò quei due uomini: l'uno imbestialito dall'ubriachezza, l'altro dominato dall'amore.
“Non otterrò niente da questi imbecilli – mormorò - e ho una gran paura di essere qui fra un ubriaco ed un poltrone. Ecco un invidioso che si ubriaca con del vino, mentre dovrebbe farlo con il fiele; ecco un grande imbecille al quale viene tolta la sua bella da sotto al naso, e si accontenta di piangere e di lamentarsi come un ragazzo: e sì che ha gli occhi fulminanti degli spagnoli, dei siciliani e dei calabresi, che sanno vendicarsi così bene, e dei pugni che romperebbero la testa a un bue come la mazza del macellaio! Decisamente il destino di Edmond è dolce: sposerà la ragazza, sarà fatto capitano e ci deriderà, a meno che...- un sinistro sorriso affiorò alle labbra di Danglars - a meno che io non intervenga...” concluse.
“Ehi! - continuava a gridare Caderousse, mezzo alzato e con i pugni sulla tavola - ehi, Edmond, non hai visto dunque i tuoi amici, o sei già diventato così superbo da non parlare con loro?”
“No, mio caro Caderousse - rispose Dantès - io non sono superbo, sono felice! E la felicità acceca, credo, assai più della superbia!”
“Finalmente! Ecco una bella spiegazione - disse Caderousse – oh, buongiorno signora Dantès.”
Mercedes salutò con serietà.
“Questo ancora non è il mio nome – disse - e nel mio paese è di cattivo auspicio chiamare le ragazze con il nome del fidanzato prima che sia loro marito. Vi prego dunque di chiamarmi Mercedes.”
“Bisogna perdonare il buon vicino - disse Dantès - si sbaglia di poco.”
“Dunque le nozze sono vicine, Dantès?” disse Danglars salutando i due giovani.
“Il più presto possibile, signor Danglars: oggi ci metteremo d’accordo con mio padre e al massimo domani il pranzo di fidanzamento, qui alla Resérve. Spero che gli amici ci saranno, e ciò vuol dire che siete invitato, signor Danglars, e tu, Caderousse, non mancherai.”
“Fernand - disse Caderousse ridendo - sarà invitato anche lui?”
“Il fratello della mia sposa è anche mio fratello - disse Edmond - e sia io che Mercedes saremmo molto dispiaciuti se si allontanasse da noi in questa circostanza.”
Fernand aprì la bocca per rispondere, ma la voce gli si estinse in gola e non riuscì ad articolare le parole. “Oggi gli accordi, domani o dopo il fidanzamento! ...Che diavolo! Capitano, voi avete molta fretta.”
“Danglars - rispose Edmond sorridendo - vi dirò ciò che Mercedes ha detto a Caderousse: non mi date un titolo che non mi appartiene... Mi porterebbe cattivo augurio.”
“Scusate - precisò Danglars - dicevo semplicemente che voi avete molta fretta. Che diavolo! C’è tempo; il Pharaon non metterà la vela che fra tre mesi.”
“Si ha sempre fretta di essere felici; quando uno ha sofferto lungamente, fa fatica a credere alla felicità. Ma non solo l’egoismo che mi fa fare tutto con una certa premura; occorre che io vada a Parigi.”
“Ah davvero? A Parigi? É la prima volta che ci andate, Dantès?”
“Sì.”
“Ci andate per affari?”
“Non per conto mio; è un'ultima commissione del nostro capitano Leclère da adempiere; voi capirete, Danglars, che questa è cosa sacra. D'altronde, state tranquillo che ci metterò solo tempo necessario per l'andata e il ritorno.”
“Sì, sì capisco - disse ad alta voce Danglars, poi soggiunse fra sé abbassando la voce - a Parigi, senza dubbio, per consegnare la lettera che gli consegnò il Capitano. Ah, perbacco! Questa lettera mi fa nascere un'idea, un'eccellente idea, perbacco! Signor Dantès, amico mio, non hai ancora dormito a bordo del Pharaon nella cabina numero 1. - poi, volgendosi a Edmond che già si allontanava - Buon viaggio!” gli gridò dietro.
“Grazie...” rispose Edmond girandosi indietro con un gesto amichevole. Quindi i due innamorati continuarono la loro strada felici e tranquilli come due anime che salgono al cielo.
Vi ricordo il link al terzo capitolo completo:
http://il-conte-di-montecristo.blogspot.it/2015/04/capitolo-iii-i-catalani.html

A presto!

martedì 7 aprile 2015

I catalani (II)

Eccoci con la seconda parte del terzo capitolo. Mi raccomando, non dimenticate di darci i vostri consigli e pareri!

Si lanciò verso la porta e aprì gridando:
“Vieni, Edmond, eccomi!”
Fernand indietreggiò pallido e fremente, come fa un viaggiatore alla vista di un serpente e, urtando nella cassa, ci ricadde a sedere. Edmond e Mercedes erano tra le braccia l'una dell'altro. Il sole ardente di Marsiglia, che penetrava attraverso l'apertura della porta, li inondava in un torrente di luce. Sulle prime non videro niente di ciò che li circondava: una felicità immensa li isolava da questo mondo; non si parlavano che con quelle parole tronche che sono lo slancio della gioia più pura, così istintive e naturali da sembrare espressioni di dolore.
Ad un tratto Edmond scorse nell’ombra la figura pallida e minacciosa di Fernand; con un moto di cui egli stesso forse non si era accorto, il catalano aveva messo la mano sul coltello alla cintura.
“Scusate - disse Dantès inarcando le sopracciglia - non avevo notato che eravamo in tre.”
Poi volgendosi a Mercedes domandò:
“Chi è questo signore?”
“Sarà il tuo migliore amico, perché è il mio. È mio cugino e mio fratello, è Fernand, l'uomo che dopo di te, Edmond, amo di più su questa terra.”
Edmond, senza abbandonare Mercedes di cui teneva una mano, stese con un movimento di cordialità l'altra mano al catalano. Ma Fernand, invece di corrispondere al gesto amichevole, restò muto e immobile come una statua. Allora Edmond posò il suo sguardo sospettoso prima su Mercedes, commossa e tremante, poi su Fernand cupo e minaccioso. Questo solo sguardo gli fece tutto comprendere. La collera salì alla sua fronte.
“Non sarei venuto con tanta fretta da te, Mercedes, se avessi saputo di trovarci un nemico.”
“Un nemico! - esclamò Mercedes rivolgendo uno sguardo preoccupato al cugino - un nemico in casa mia tu dici, Edmond? Se lo credessi, ti darei subito il mio braccio e me ne andrei a Marsiglia, abbandonando questa casa per non riporvi mai più il piede.”
L'occhio di Fernand ebbe un lampo.
“Se ti accadesse una disgrazia, mio Edmond - continuò lei con lo stesso implacabile sangue freddo, che provava a Fernand che la ragazza aveva saputo leggere fin nel profondo dei suoi sinistri pensieri - se ti accadesse qualche disgrazia, salirei sul capo di Morgiou e mi getterei sugli scogli con la testa in avanti.”
Fernand divenne spaventosamente pallido.
“Ma tu ti sbagli, Edmond - continuò ancora - tu qui non hai nemici: qui non c'è che Fernand, mio fratello, che ti stringerà cordialmente la mano, come ad un amico.”
A queste parole la ragazza fissò il suo sguardo imperioso sul catalano che, come stregato da questo sguardo, si accostò lentamente a Edmond e gli tese la mano. Il suo odio, pari ad un’onda impotente per quanto furiosa, si infranse contro l'ascendente che questa donna esercitava su lui. Ma appena ebbe toccata la mano di Edmond, sentì di aver fatto tutto ciò che poteva e, slanciandosi fuori della capanna correndo come un insensato e intrecciandosi le mani nei capelli esclamava:
“Oh, chi mi libererà da quest'uomo? Povero me! Povero me!”

 “Ehi, catalano! Ehi, Fernand, dove corri?” disse una voce.
Il giovane si fermò, si guardò intorno riconobbe Caderousse seduto a tavola con Danglars sotto un pergolato di foglie di vite.
“Ehi! - disse Caderousse - Perché non vieni qui? Hai così tanta fretta da non avere il tempo di dire buongiorno agli amici?”
“Soprattutto quando hanno una bottiglia quasi piena davanti…” soggiunse Danglars.
Fernand guardò quei due uomini con occhi assenti e non rispose nulla.
“Sembra proprio stordito - disse Danglars, urtando il ginocchio di Caderousse. - possibile che ci siamo sbagliati e che Dantès trionfi in barba a quanto previsto?”
“Diavolo, dobbiamo saperlo! - disse Caderousse e, volgendosi verso il catalano - ebbene, ti decidi?” Fernand asciugò il sudore che gli grondava dalla fronte ed entrò lentamente sotto il pergolato. L'ombra sembrava restituire un po' di calma ai suoi sensi e la freschezza un poco di sollievo al corpo spossato.
“Buongiorno – disse - Mi avete chiamato, non è vero?”
E fu piuttosto un cadere che un sedersi il suo, su di una delle panche attorno alla tavola.

“Ti ho chiamato perché correvi come un pazzo, e perché ho avuto paura che andassi a gettarti in mare - disse ridendo Caderousse - che diavolo! Quando uno ha degli amici, non è soltanto per offrir loro un bicchiere di vino, ma anche per impedirgli di andare a bere tre o quattro pinte d'acqua.”
Fernand mandò un gemito che sembrava un singhiozzo e lasciò cadere la testa sopra le braccia incrociate sulla tavola.
“Ebbene! Vuoi che lo dica io, Fernand - riprese Caderousse intavolando la conversazione con quella villana brutalità della gente del popolo, alla quale la curiosità fa dimenticare ogni specie di diplomazia - hai l'aria di un amante sconfitto.” E accompagnò questo scherzo con una forte risata.
“Balle - intervenne Danglars - un giovanotto dotato della sua forza non è fatto per essere sconfitto in amore; tu ti prendi gioco di lui, Caderousse.”
“Niente affatto - riprese l’altro - non senti come sospira? Coraggio, Fernand - disse Caderousse - alza in alto il naso e rispondi. È scortese non rispondere agli amici che ti chiedono come stai.”
“La mia salute va bene” disse Fernand stringendo i pugni, ma senza alzare la testa.
“Ah, vedi, Danglars - disse Caderousse, strizzando un occhio all'amico - ecco com’è la faccenda: Fernand, che vedi qui, e che è un buono e bravo catalano, uno dei migliori pescatori di Marsiglia, è innamorato di una bella ragazza che si chiama Mercedes, ma sfortunatamente sembra che la bella ragazza sia innamorata del secondo del Pharaon. E siccome questo battello è entrato oggi stesso nel porto, tu capisci...”
“No, io non capisco niente” disse Danglars.
“Il povero Fernand avrà ricevuto il suo congedo.”
“E quindi? - disse Fernand alzando la testa e guardando Caderousse come in cerca di qualcuno con cui
sfogare la sua collera - Mercedes non dipende da nessuno, non è vero? Dunque è libera di amare chi vuole.”
“Ah! Se tu la prendi così - disse Caderousse - è tutta un’altra cosa. Ti credevo un catalano, e mi era stato detto che i catalani non si lasciano soppiantare da un rivale, e che specialmente Fernand fosse un uomo terribile nella vendetta.”
Fernand sorrise con un sorriso di pietà.
“Un innamorato non è mai terribile” disse.
“Povero ragazzo - riprese Danglars, fingendo di compiangerlo dal più profondo dell'anima - che vuoi tu? Lui non si aspettava di vedere ritornare Dantès così presto. É forse infedele, o altro? Queste cose sono tanto più sconvolgenti quanto più ci accadono all’improvviso, e senza che ce le aspettassimo.”
“In fede mia - disse Caderousse che beveva parlando, e su cui il vino di Malaga cominciava a fare il suo effetto - Fernand non è il solo che viene afflitto dal felice arrivo di Dantès. Non è vero, Danglars? Non importa – aggiunse versando un bicchiere di vino a Fernand e riempiendo il proprio per l'ottava o decima volta, mentre Danglars aveva appena assaggiato il suo - non importa, e nel frattempo lui si sposa Mercedes: almeno ritorna per questo.”
Danglars fissava uno sguardo scrutatore per scoprire cosa provasse il cuore del giovane, sul quale le parole di Caderousse cadevano come piombo liquido.
“E quando si faranno le nozze?” domandò.
“Oh, non sono ancor fatte…” mormorò Fernand.
“No, ma si faranno - disse Caderousse - così come Dantès sarà capitano del Pharaon. Non è così, Danglars?”
Danglars rabbrividì a questo colpo inatteso e si voltò verso Caderousse per capire se era stato premeditato, ma non lesse che invidia, su quel viso fattosi quasi ebete dall'ubriachezza.
“Ebbene - disse, riempiendo i bicchieri - beviamo dunque alla salute del capitano Edmond Dantès, marito della catalana!” 
Caderousse portò il bicchiere alla bocca e con mano pesante lo tracannò in un fiato. Fernand prese il suo e lo ruppe gettandolo a terra. "Eh! eh! eh! - disse Caderousse - cosa vedo sull'alto del promontorio, laggiù, verso i Catalani? Guarda tu, Fernand, che hai una vista migliore della mia; credo di cominciare a veder doppio, sai che il vino è un traditore... Si direbbe che i due amanti passeggino, tenendosi vicini vicini!”

Qui il link al capitolo completo.
http://il-conte-di-montecristo.blogspot.it/2015/04/capitolo-iii-i-catalani.html
Alla prossima...

domenica 5 aprile 2015

I catalani (I)

Eccoci, dopo lungo tempo, con l'inizio del nuovo capitolo: i catalani! Mi raccomando segnalateci errori e consigli!
Chiediamo scusa se tardiamo a rispondere alle email, ogni tanto...

A cento passi dalla locanda dove i due amici bevevano lo spumoso vino di Lama lgue, con occhi e orecchie aperti, si trovava il piccolo villaggio dei Catalani, dietro ad un’altura spoglia e arida, per il sole e per il soffiare del maestrale.
Tempo prima, una colonia misteriosa partì dalla Spagna e giunse fino alla lingua di terra che abita ancora oggi. Non si sapeva da dove arrivasse e parlava una lingua sconosciuta. Uno dei capi, che capiva il provenzale, domandò alla Comune di Marsiglia di ceder loro quel promontorio, su cui avevano ritirato le navi come gli antichi marinai. La loro domanda fu accolta e tre mesi dopo si trovava un piccolo villaggio attorno ai dodici o quindici bastimenti che quegli stessi uomini avevano portato a terra. Il villaggio, costruito in modo bizzarro e pittoresco, di stile metà morisco e metà spagnolo, è quello che oggi è abitato dai lor discendenti, che ancora parlano ancora la lingua dei padri. Anche dopo tre o quattro secoli sono rimasti fedeli al piccolo promontorio in cui si erano imbattuti come uno stormo di uccelli di mare, senza mischiarsi alla popolazione marsigliese, sposandosi sempre tra loro e conservando usi e costumi della loro madre patria, così come ne hanno conservato la lingua. Ci seguano ora i nostri lettori attraverso una strada di questo villaggio ed entrino con noi in una di queste case, alle quali il sole ha dato all’esterno il bel colore delle foglie d’autunno come ai monumenti del paese, e all’interno uno strato di tinta gialla che forma l'unico ornamento delle Posadas spagnole. Una bella ragazza dai capelli neri come l'ebano e gli occhi liquidi di una gazzella stava in piedi e, appoggiata ad un tramezzo, sfrondava tra le sue dita sottili di disegno antico una tenera erica di cui strappava i fiori, già sparsi in parte a terra; le sue braccia nude fino al gomito, brune ma che sembravano modellate su quelle della Venere d'Arles, fremevano con impazienza febbrile, e lei batteva a terra il piede agile e inarcato, in modo da fare trasparire la forma pura e superba della gamba, ornata da un calza di cotone rosso a rombi grigi e azzurri. A tre passi da lei, sopra una cassa, c’era un robusto giovane di venti-ventidue anni che si dondolava con un movimento rozzo, con il gomito appoggiato ad un vecchio mobile tarlato, che la guardava con un'aria da cui si intuiva l'interno contrasto tra l'inquietudine e il dispetto.
I suoi occhi interrogavano; ma lo sguardo fermo e fisso della ragazza dominava il suo interlocutore. “Vediamo, Mercedes - diceva il giovane - fra poco sarà Pasqua, ecco un ottimo periodo per un matrimonio.”
“Vi ho risposto cento volte, Fernand, e dovete proprio volervi male ed essere nemico di voi stesso farmi ancora questa domanda.”
“Ebbene, ripetetelo ancora, vi prego, ripetetelo ancora, per convincermi; ditemi per la centesima volta che rifiutate il mio amore, malgrado l'approvazione di vostra madre; assicuratemi ancora una volta che vi prendete gioco della mia felicità, che la mia vita e la mia morte non valgono niente per voi. Ah, mio Dio! Aver sognato per dieci anni di essere vostro sposo, Mercedes, e perdere questa speranza, che era l’unico obiettivo della mia vita!”
“Ma io non ho mai incoraggiato questa speranza, Fernando - rispose Mercedes - non vi ho nemmeno mai fatto neanche un complimento. Vi ho sempre detto: "Io vi amo come un fratello, ma non desiderate mai da me altro, se non questa amicizia fraterna, poiché nel mio cuore c’è un altro!". Non vi ho sempre detto così, Fernand?”
“Sì, lo so bene, Mercedes - rispose il giovane - vi siete compiaciuta nei miei confronti del merito crudele della vostra franchezza. Ma dimenticate che c’è fra i catalani una legge sacra, che ordina di sposarci tra di noi.”
“V'ingannate, Fernand: non è una legge, ma una consuetudine, ecco tutto! Credetemi, non vi giova invocare questa consuetudine! Siete arruolato, la libertà che avete non è che semplice tolleranza. Da un momento all'altro potete essere chiamato al servizio militare e, una volta soldato, che fareste di me? Che fareste di una povera orfanella infelice, senza beni, che possiede solo una capanna quasi in rovina, a cui è attaccata qualche rete usata, miserabile eredità lasciata da mio padre a mia madre, e da mia madre a me? Da un anno è morta, pensate, Fernand, e io vivo quasi di pubblica carità. Qualche volta fingete che io vi sia utile, solo per darmi il diritto di dividere la vostra pesca; io accetto, perché siete il figlio del fratello di mio padre, perché noi siamo stati allevati assieme e, soprattutto, perché vi darei troppo dispiacere se rifiutassi. Ma capisco bene che il pesce che vado a vendere e dal quale traggo il denaro per comprare la canapa che filo, Fernand, altro non è che elemosina.”
“E che importa, Mercedes! Così povera e sola come siete mi piacete assai più che la figlia del più superbo armatore, o del più ricco banchiere di Marsiglia. Cosa desidero? Una donna onesta ed atta alle faccende domestiche. Chi potrei trovar meglio di voi da questo punto di vista?”
“Fernand - rispose Mercedes scuotendo la testa - si diventa incapaci nelle faccende domestiche e non si può garantire di restare una moglie per bene quando si ama un altro uomo, che non è il marito. Accontentatevi della mia amicizia perché, ve lo ripeto, è tutto quello che posso promettervi, e io non prometto che quanto sono sicura di mantenere.”
“Sì, lo capisco. Voi sopportate pazientemente la vostra miseria, ma avete paura della mia. Ebbene, Mercedes, se mi amerete tenterò la fortuna; voi mi porterete felicità, ed io diventerò ricco. Posso migliorare il mio stato di pescatore, posso entrare come commesso in una banca, posso diventare negoziante.”
“Voi non potete tentare niente di tutto ciò, Fernand: voi siete soldato! Se siete ancora qui, ai Catalani, è perché non c’è guerra; restate dunque pescatore, non fate sogni che renderebbero ancora più terribile la realtà, e accontentatevi della mia amicizia, perché io non posso darvi altro.”
“Avete ragione, Mercedes… sarò un marinaio! Avrò, invece del costume dei nostri padri, che disprezzate, un cappello col fiocco, una camicia a righe e una giacca azzurra con le ancore sui bottoni... Non è così che bisogna essere vestito per piacervi?”
“Cosa volete dire? - domandò Mercedes con uno sguardo imperioso – Cosa volete dire? Non vi capisco.”
“Voglio dire, Mercedes, che siete così inflessibile e crudele con me perché aspettate qualcuno vestito così. Ma quello che voi aspettate è incostante; e se non lo è, il mare lo è per lui.”
“Fernand! - esclamò Mercedes - io vi credevo buono e mi sono ingannata! Avete un cuore cattivo, invocate solo per la vostra gelosia la collera di Dio. Ebbene sì, non vi nascondo nulla, aspetto e amo colui che dite e se non tornerà, invece di accusarlo di incostanza, dirò che è morto amandomi.”
Il giovane Catalano fece un gesto di rabbia.
“Vi capisco, Fernand. Ve la prendereste con lui perché non vi amo, incrocereste il coltello catalano col suo pugnale. Ma cosa ci guadagnereste? Perdereste la mia amicizia uscendo sconfitto e vedreste cambiarsi in odio la mia amicizia uscendo vincitore. Credetemi, sfidare a duello un uomo è un pessimo mezzo per piacere alla donna che ama quell'uomo. No, Fernand, voi non vi lascerete trasportare da così perversi pensieri; se non potete avermi in moglie, vi accontenterete di avermi amica e sorella. D'altronde - aggiunse commossa e con gli occhi bagnati dalle lacrime - aspettate, aspettate, Fernand, lo avete detto or ora: il mare è perfido e sono già quattro mesi che si susseguono burrasche su burrasche!”
Fernand restò impassibile. Non cercò di asciugare le lacrime che scorrevano sulle guance di Mercedes, anche se avrebbe dato una libbra del suo sangue per ciascuna di quelle lacrime che scorrevano per un altro. Si alzò, fece un giro nella capanna, ritornò, si fermò davanti a Mercedes con lo sguardo cupo e con i pugni fortemente serrati.
“Vediamo, Mercedes – disse – ditemi, ancora una volta... Avete deciso?”
“Io amo Edmond Dantès - disse freddamente la ragazza - e nessuno se non Edmond sarà il mio sposo!”
“E lo amerete per sempre?”
“Finché avrò vita!”
Fernand chinò la testa scoraggiato ed emise un sospiro che sembrò un gemito. Ad un tratto, alzando la fronte, coi denti serrati e le narici socchiuse:
“Ma se è morto?”
“Se è morto, morirò anch’io!”
“E se vi dimentica?”
“Mercedes! - esclamò una voce felice proveniente dall’esterno della capanna - Mercedes!”
“Ah - esclamò la ragazza arrossendo di gioia, esultando d'amore - vedi bene che non mi ha dimenticata, eccolo qua!” 
Mercedes versione uno: innamorata di Dantès.

giovedì 13 novembre 2014

Padre e figlio (III)

Ed infine l'ultima parte del secondo capitolo. Come al solito siamo aperti a consigli e correzioni... non esitate!

«Ebbene - disse Danglars - l'hai visto? »
«Ci siamo appena incontrati. »
«Ti ha parlato della sua speranza di diventare capitano? »
«Parla come se già lo fosse. »
«Pazienza, pazienza! - disse Danglars - Mi sembra che fantastichi un po’ troppo. »
«Diavolo! Sembra che il posto gli sia stato promesso dal signor Morrel in persona. »
«Sarà contento per quello. »
«Cioè, è molto insolente. Mi ha già offerto aiuto come se fosse un personaggio importante, e pure denaro in prestito, come se fosse un banchiere. »
«E tu avrai rifiutato. »
«Certamente, anche se avrei potuto accettare; sono stato io che gli ho messo fra le mani le prime monete bianche che ha toccato; ma Dantès non avrà più bisogno di nessuno adesso che diventerà capitano. »
«Balle! - disse Danglars - Non lo è ancora. » 
«In fede mia sarebbe una bella cosa non lo diventasse più - disse Caderousse - altrimenti non ci sarebbe più modo di potergli parlare. »
«Se lo vogliamo veramente - disse Danglars - resterà ciò che è, e forse diventerà ancora meno di quello che è. »
«Che stai dicendo? »
«Niente, parlavo tra me e me. È sempre innamorato della catalana? »
«Innamorato pazzo; è andato da lei. Mi sbaglierò, ma secondo me avrà dei dispiaceri su quel fronte. »
«Spiegati. »
«E perché? »
«È più importante di quello che credi. Di certo non ami Dantès alla follia. »
«Io non amo gli arroganti. »
«Allora raccontami ciò che sai sulla catalana. »
«Nulla di certo, ho soltanto visto alcune cose che mi fanno credere, come ti dicevo, che il futuro capitano avrà dei dispiaceri nei dintorni delle Vieilles-infirmeries. »
«E cosa hai visto? Dai, dimmelo. »
«Ebbene, ho visto che tutte le volte che entra in città, Mercedes è accompagnata da un robusto e minaccioso catalano dagli occhi neri, la pelle rossa, molto scuro, ardentissimo, e che lei chiama mio cugino. »
«Ah, veramente? E credi che questo suo cugino le faccia la corte? »
«Immagino. Che diavolo vuoi che faccia un ragazzo di ventun anni con una bella ragazza di diciassette? »
«E dici che Dantès è andato dai Catalani? »
«È uscito da casa sua poco prima di me. »
«Se andiamo dalla quella parte ci possiamo fermare alla Réserve di Papà Pamphile e aspettare notizie bevendo un bicchiere di vino di Malaga.»
«E chi ce le porterà? »
«Staremo sulla sua strada, e leggeremo sul viso di Dantès ciò che sarà successo. »
«Andiamo... - disse Caderousse – offri tu, vero? »
«Certamente... » rispose Danglars.
Ed entrambi si incamminarono con passo svelto verso il luogo indicato. Giunti là si fecero portare una bottiglia e due bicchieri. Papà Pamphile aveva visto passare Dantès neanche dieci minuti prima.
Sicuri che Dantès fosse dai Catalani, si sedettero all’ombra dei platani e delle piante di sicomori, sui cui rami un gioioso gruppetto di uccelli salutava i primi giorni della primavera.

Ecco il link al secondo capitolo (ora completo)
http://il-conte-di-montecristo.blogspot.it/2014/08/capitolo-ii-padre-e-figlio.html
A presto!

martedì 11 novembre 2014

Padre e figlio (II)


Eccoci (dopo lunga pausa) con la seconda parte del secondo capitolo. Buona lettura e fateci sapere se avete consigli e cosa ne pensate!


Infatti, mentre Edmond terminava sottovoce la frase, comparve sulla porta la testa nera e barbuta di Caderousse. Era un uomo di venticinque-ventisei anni. Aveva fra le mani un pezzo di panno che, da buon sarto, preto avrebbe trasformato nei risvolti di un abito.
“Ah, eccoti dunque di ritorno, Edmond!” disse in un marcato accento marsigliese con un largo sorriso che mostrava dei bellissimi denti bianchi come l'avorio.
“Come vedi, vicino Caderousse, e pronto a servirti in qualunque cosa” rispose Dantès, mal dissimulando la freddezza con cui si propose.
“Grazie, grazie. Fortunatamente non ho bisogno di nulla, anzi qualche volta sono gli altri che hanno bisogno di me.”
Dantès ebbe un moto d’impazienza.
“Non mi riferisco a te, giovanotto: ti ho prestato del denaro e tu me lo hai reso, come si fa tra buoni vicini ora siamo pari.”
“Non si è mai pari chi ci ha aiutati - disse Dantès - quando non gli si deve più danaro gli si deve riconoscenza.”
“Perché parlarne ancora? Il passato è passato, parliamo invece del tuo felice ritorno. Ero andato al porto per cercare del panno color marrone, quando ho incontrato l'amico Danglars.
"“Tu! A Marsiglia?” gli dissi.
“Si, io stesso” rispose.
“Ti credevo a Smirne!”
“In effetti sarei potuto ancora esserci, a Smirne; vengo da lì.”
“E Edmondo? Dov'è quel bravo ragazzo?”
“Sarà di sicuro da suo padre” rispose Danglars.”
E allora mi sono precipitato qui per stringere la mano ad un amico.”
“Il nostro buon Caderousse - disse il vecchio - ci vuole davvero bene!”
“Certamente vi amo e vi stimo anche, tanto più che gli uomini onesti sono così rari... Ma sembra tu sia tornato ricco...” continuò il sarto, gettando uno sguardo fulmineo all'oro e all'argento che Dantès aveva messo sul tavolo.
Al giovane marinaio non sfuggì il lampo di cupidigia del suo vicino.
“Eh, mio dio - disse con noncuranza - questo danaro non è mio; avevo paura che in mia assenza fosse mancato qualcosa a mio padre ed egli, per rassicurarmi ha svuotato la sua borsa sul tavolo. Andiamo, padre - continuò Dantès - rimettete i soldi nel cassetto, a meno che il vicino Caderousse non ne abbia a sua volta bisogno; nel caso è sempre a sua disposizione.”
“No, giovanotto - disse Caderousse - non ho bisogno di niente. Grazie a dio lo status mantiene l'uomo... Conserva il danaro, conservalo, perché non è mai troppo! Comunque ti ringrazio per l’offerta, come se ne avessi approfittato.”
“Veniva dal cuore...” disse Dantès. 
“Non ne dubito. Ebbene, va sempre meglio con il signor Morrel, furbetto!”
“Il signor Morrel è sempre molto generoso per me...” rispose Dantès.
“In questo caso tu hai fatto male a rifiutare il suo pranzo.”
“Come, rifiutare il suo pranzo! - esclamò il vecchio - Ti aveva invitato a pranzo?”
“Sì, padre mio” rispose Edmondo sorridendo per la meraviglia di suo padre al sentire l’onore che gli aveva fatto il signor Morrel.
“E perché dunque hai rifiutato, figlio mio?” domandò il vecchio.
“Per ritornare il più presto possibile da voi, padre - rispose il giovane – volevo rivedervi.”
“Però sarà dispiaciuto a quel buon uomo del signor Morrel. - disse Caderousse - quando uno aspira a diventare il capitano, sbaglia a non fare la corte al suo armatore.”
“Gli ho spiegato la causa del mio rifiuto - rispose Dantès - e sono certo che l'ha compresa.”
“Ah, per diventare il capitano bisogna assecondare un po’ di più i padroni.”
“Spero di diventare capitano anche facendone a meno.”
“Tanto meglio, tanto meglio; farà piacere ai tuoi vecchi amici. So che c’è qualcuno laggiù dietro alla Cittadella di San Nicola che ne sarà molto contento.”
“Mercedes?” chiese il vecchio.
“Sì, padre mio - disse Dantès - e con il vostro permesso, ora che vi ho rivisto e so che state bene e anche  che avete tutto ciò di cui avete bisogno, vi chiederei il permesso di fare una visita ai Catalani.”
“Vai, figlio mio, vai - disse il vecchio Dantès - e Dio benedica te con la tua donna, come ha benedetto me con mio figlio!”
“Sua donna? - disse Caderousse - Voi esagerate forse un po’, papà Dantès; non credo lo sia ancora.”
“No - rispose Edmondo - ma non ci vorrà troppo perché lo diventi!”
“Non importa, non importa - disse Caderousse – sei arrivato in tempo.”
“E perché?”
“Perché Mercedes è una bella ragazza, e alle belle ragazze non mancano i pretendenti, soprattutto a lei! La seguivano a dozzine!”
“Davvero?” disse Edmond con un sorriso sotto cui si intravedeva un'ombra di inquietudine.
“Oh sì! - rispose Caderousse - E anche dei bei partiti! Ma lo capisci? Diventa capitano e non potrà rifiutarti.”
“Il che significa - disse Dantès con un sorriso non nascondeva affatto la sua inquietudine - che se io non diventassi capitano...”
“Eh! eh!” esclamò Caderousse.
“Andiamo, andiamo… -disse il giovane – mi fido più di voi delle donne, in generale, e soprattutto di Mercedes: sono convinto che, capitano o no, lei mi resterà ugualmente fedele.”
“Tanto meglio! Tanto meglio! - disse Caderousse. - É sempre una buona cosa che quando si sposano i giovani siano forniti di buona fede, ma non serve, credimi Dantès, non perdere tempo e corri a dirle che sei tornato e a informarla delle tue speranze.”
“Vado!” disse Edmond.
Abbracciò suo padre, salutò con un cenno della testa Caderousse e partì.
Il vicino rimase ancora un attimo poi, salutato il vecchio Dantès, se ne andò a sua volta e raggiunse Danglars, che lo aspettava all'angolo della rue Senac.

Ricordiamo il link al secondo capitolo
http://il-conte-di-montecristo.blogspot.de/2014/08/capitolo-ii-padre-e-figlio.html
A presto! (aspettare e sperare...)

giovedì 14 agosto 2014

Padre e figlio (I)

Iniziamo con il secondo capitolo del romanzo!
Ecco il lavoro fatto fino ad ora. Non esitate a farci sapere cosa ne pensate, ovviamente.

Lasciamo Danglars che, alle prese col genio dell'odio, cerca di gettare all'orecchio del suo armatore qualche maligna supposizione contro il suo compagno e seguiamo invece Dantès che, dopo aver percorso la Canebière in tutta la sua lunghezza, prende la rue Noaille, entra in una piccola casa situata sul lato sinistro dei viali di Meillan, sale velocemente i quattro piani di una scala oscura, tenendosi con una mano alla ringhiera e cercando di trattenere i battiti del cuore con l'altra, e infine si ferma davanti a una porta socchiusa che lascia vedere una piccola camera.
Quella era la camera del padre di Dantès.
La notizia dell'arrivo del Pharaon non era ancora giunta al vecchio che, sopra una cassa, era occupato a piantare delle cannucce su cui sistemava con mano tremante nasturzi misti a clematidi che si arrampicavano lungo la pergola della finestra.
Ad un tratto si sentì circondare il corpo da due braccia e una voce ben conosciuta gridare da dietro
«Padre! Mio buon padre!»
Il vecchio gettò un grido e si voltò; poi, vedendo il figlio, si lasciò cadere tra le sue braccia tutto tremante e pallido.
«Che avete dunque, padre? - chiese commosso il giovane - siete ammalato?»
«No, mio caro Edmond, no; ma non ti aspettavo. E la gioia, la sorpresa di rivederti così all'improvviso... mio Dio!... mi sembra di morire!»
«Coraggio, rimettetevi, padre. Sono io, proprio io. Si dice sempre che la gioia non nuoce ed è per questo che sono entrato così, senza avvisarvi; guardatemi, sorridetemi, invece di osservarmi con occhi spaventati. Io sono tornato, e noi saremo felici!»
«Ah, tanto meglio, figlio - riprese il vecchio - ma in che modo potremo? Non mi lascerai più? Vediamo, raccontami quale fortuna ti è capitata!»
«Che il Signore mi perdoni - disse il giovane - di rallegrarmi di una fortuna che faccio con il lutto di una famiglia: ma Dio sa che non ho voluto io questa fortuna! Questo mi è capitato e io non ho la
forza di dispiacermene. Il buon capitano Leclère è morto ed è probabile che con il favore del signor Morrel io ottenga il suo posto... Capitano a vent'anni! Con cento luigi di stipendio ed una provvigione sul carico! Non è molto più di quanto potesse sperare un povero marinaio come me?»
«Sì, figlio mio, sì, infatti questa è una gioia.»
«E perciò voglio che con i primi soldi che guadagnerò voi abbiate una casetta con giardino per piantare le vostre clematidi, i vostri nasturzi ed il vostro caprifoglio. Ma cosa avete, padre? Sembra che state male!"
«Tranquillo, tranquillo, non è niente.»
E, mancandogli le forze, il vecchio cadde.
«Vediamo, vediamo - disse il giovane - un bel bicchiere di vino vi rianimerà, caro padre. Dove tenete il vino?»
«No, grazie, non lo cercare, non ne ho bisogno» disse il vecchio, tentando di trattenere il figlio.
«Lasciate fare, lasciate fare, padre.»
Ed aprì due o tre armadi.
«É inutile - disse il vecchio - non c'è più vino.»
«Come, non c'è più vino - disse Dantès impallidendo a sua volta e guardando prima l'una e l'altra delle guance smunte e increspate del vecchio e poi gli armadi vuoti - come non c'è più vino! Siete rimasto senza denaro, padre?»
«Non sono rimasto privo di nulla, perché tu sei qui.»
«Ma - balbettò Dantès asciugandosi il sudore che freddo gli colava dalla fronte - avevo lasciato duecento franchi, alla partenza, tre mesi fa.»
«Si, sì, Edmond, è vero, ma avevi dimenticato nel partire un piccolo debito con il vicino Caderousse; me lo ha ricordato, dicendomi che se non avessi pagato io per te, sarebbe andato a farsi pagare dal signor Morrel. Allora capisci... per paura che ti compromettesse...»
«Quindi?»
«Quindi ho pagato io per te.»
«Ma - esclamò Dantès - il mio debito con Caderousse era di 140 franchi! E li avete pagati con i duecento franchi che vi ho lasciato?»
Il vecchio fece un segno affermativo con la testa.
«Ma allora avete vissuto - mormorò il giovane - per tre mesi con solo sessanta franchi!»
«Sai di quanto poco io abbia bisogno e di come mi accontenti.»
«Oh mio Dio! Mio Dio! Padre, perdonatemi!» esclamò Edmond, gettandosi ai piedi del buon vecchio.
«Che fai adesso?»
«Ah, mi avete trafitto il cuore!»
«Tu sei qui - disse il vecchio sorridendo - ora tutto è dimenticato, tu stai bene.»
«Sì, io sono qui; eccomi con un buon futuro davanti e con un po' di denaro. Prendete, padre – disse - prendete e inviate subito qualcuno a comprare quello che vi serve.»
E vuotò sulla tavola la borsa che conteneva una dozzina di monete d'oro, cinque o sei scudi da cinque franchi e degli spiccioli.
Il viso del vecchio si turbò.
«Di chi è quel denaro?»
«Mio, tuo, nostro, prendete: comprate delle provviste e state felice, domani ve ne sarà dell'altro.»
«Con calma, con calma - disse il vecchio sorridendo – con il tuo permesso farò uso della borsa, ma con moderazione. Se la gente mi vedesse fare grandi provviste direbbe che ero obbligato ad aspettare il tuo ritorno per fare acquisti.»
«Fate come vi aggrada, ma prima di ogni altra cosa assumete una persona di servizio, non voglio più che usciate di casa solo. Ho del caffè, e dell'eccellente tabacco di contrabbando in una cassetta nel fondo della stiva; ve la porto domani. Ma silenzio, sento arrivare qualcuno.»
«Sarà Caderousse che, avendo saputo del tuo arrivo, viene a salutare.»
«Bene, ecco altre labbra che dicono cose che non pensa il cuore. Ma – mormorò Edmond - è pur sempre un vicino che ci ha reso un favore; che sia il benvenuto!»


Ecco il link al secondo capitolo
http://il-conte-di-montecristo.blogspot.de/2014/08/capitolo-ii-padre-e-figlio.html

A presto!

lunedì 12 agosto 2013

Benedetto

É il figlio illegittimo di Villefort e della signora Danglars. Il suo arrivo a Parigi fornirà a Montecristo l'espediente per incastrare l'ex procuratore del re, facendolo entrare in società come erede della nobile famiglia italiana dei Cavalcanti.

Autoritratto, di Karl Blechen

Bertuccio si prende cura di lui insieme alla sorella, ma - dice a Montecristo nel corso del racconto riguardo la vendetta contro Villefort - a dispetto del nome non riesce a crescere un ragazzo dalle buone maniere. Lo definisce monello e terribilmente viziato. Racconta ad esempio che da piccolo aveva addirittura rubato una scimmia al vicino Wasilio, difendendo la propria posizione con scuse a dir poco assurde.
Una volta giunto a Parigi, grazie al Conte assume l'identità di Andrea Cavalcanti e organizza insieme al maggiore Cavalcanti una truffa riguardo le proprie origini, fingendosi nobili italiani. Si organizza insieme a Caderousse per svaligiare la casa dell'abate Busoni, ma lo tradisce e lo accoltella a morte, realizzando il primo punto del piano di Edmond. Accusato dell'assassino, Benedetto viene arrestato e portato in prigione, ma pur di uscirne e salvarsi decide di raccontare le proprie origini, che ha saputo grazie a Bertuccio. Aveva infatti incontrato il servitore a casa del Conte, ma non lo aveva riconosciuto finchè questi non gli ha rivolto la parola chiamandolo col suo vero nome. Interrogato presso la corte d'Assise, per il cosiddetto "affaire Benedetto" causa la vergogna di Madame Danglars, ma soprattutto di Villefort, che deciderà per il suicidio. Di lui non si hanno poi più notizie.

venerdì 2 agosto 2013

Gaspard Caderousse

Caderousse é l´unico dei cospiratori contro Dantes che non si trova a vivere agiatamente, ma condurre all´opposto una vita di agi e stenti. La sua fine é violenta, indirettamente causata dallo stesso Edmond.


Particolare da Contadino che beve in un´osteria, di Adriaen van Ostade


Creditore nei confronti di Dantes di centociquanta franchi, il sarto Caderousse si presenta come una persona parsimoniosa ma bonaria, ma purtroppo dedita al vino. Quando Danglars lo coinvolge nella congiura contro Dantes, seppur annebbiato dall´alcool cerca di difendere il ragazzo, ma senza ottenere un grande risultato; appena il giovane viene arrestato viene preso dal senso di colpa.
Una volta uscito di prigione, é la prima persona che Montecristo cerca; lo ritroviamo gestore di una locanda - sposato - malmessa e poco redditizia. L´incontro che avviene con  l´abate Busoni - questo lo pseudonimo che usa con Caderousse - é fondamentale per il vendicatore: grazie a lui apprende quanto é accaduto durante la sua prigionia a tutti gli altri cospiratori; alla vista di un diamante che gli viene offerto dall´abate, Caderousse non riesce a non cedere alla tentazione di confessare tutto.
Di lui non si sa piú niente sino a che Bertuccio, leale compagno di Dantes, racconta che la coppia ha venduto il diamante ad un ospite della locanda, ma anche che é successo anche qualcosa di terribile:

"Ero immerso nel sonno piú profondo quando fui svegliato da un colpo di pistola seguito da un grido terribile.Udii il rumore di qualche passo barcollante sul pavimento della stanza di sopra, puoi una massa inerte si abbatté sulla scal, proprio sopra la mia testa. [...] portai una mano alla fronte sulla quale mi sembrava che gocciolasse dalle assi della scala una pioggia tiepida e abbondante"

Caderousse si macchia della colpa dell´omicidio, che per contrappasso quasi dantesco, per riprendere il diamante e tenersi i soldi. Riesce poi ad ottenere presso i Cavalcanti un canone giornaliero per supportare la loro storia e servirli. Si organizza con Andrea Cavalcanti - in realtá Benedetto - e tenta di uccidere il Conte di Montecristo. Durante il colpo, peró, viene ferito da Benedetto e chiede aiuto all´Abate Busoni. Lui peró gli nega l´aiuto, e anzi gli rivela la sua identitá.

"Si avvicinó al moribondo e, fissandolo con uno sguardo calmo e insieme triste:
'Io sono... - gli disse all´orecchio, - io sono...' E le sue labbra, appena socchiuse, lasciarono uscire un nome pronunciato cosí sottovoce da far pensare che lui stesso temesse di udirlo."
[...]
'Mio Dio, mio Dio - disse, - perdonatemi per avervi rinnegato; [...] mio Dio, Signore accoglietemi!'
E Caderousse, chiudendo gli occhi, cadde rovesciato all´indietro con un ultimo grido e un ultimo sospiro.
"

Strana é la morte di Caderousse, sorprendente ma insieme deludente: la vendetta di Dantes appare quasi spropositata, eccessiva rispetto al male commesso, sebbene il vendicatore della Provvidenza si sente in dovere di punire anche l´uccisione del gioiellere.

lunedì 5 gennaio 2009

Capitolo V: Il pranzo di fidanzamento

Il giorno dopo fu una bella giornata, il sole si alzò puro e splendente e i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano le cime spumeggianti delle onde di un meraviglioso color rubino. Il pranzo era stato preparato al primo piano della Réserve, l’osteria con il pergolato di cui abbiamo già fatto conoscenza. C’era una grande sala illuminata da cinque o sei finestre, al di sopra delle quali era scritto, senza che nessuno ne conosca il motivo, il nome di una delle grandi città della Francia; una balconata in legno collegava dall’esterno tutte le finestre.
Benché il pranzo fosse fissato per mezzogiorno, fin dalle undici del mattino la terrazza era percorsa da persone che passeggiavano impazienti. Erano i marinai del Pharaon e qualche amico di Dantès.
Tutti indossavano gli abiti migliori, per fare onore ai fidanzati. Correva voce tra gli invitati dello sposo che gli armatori del Pharaon avrebbero onorato il fidanzamento del secondo; ma questo era un tale onore per Dantès che nessuno osava crederci. Però Danglars, arrivando in compagnia di Caderousse, confermò la notizia; quella stessa mattina aveva incontrato il signor Morrel in persona, che gli aveva assicurato che sarebbe venuto al pranzo alla Réserve. Infatti, un momento dopo il signor Morrel fece il suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del Pharaon con un evviva e con un mare di applausi.
La presenza dell’armatore era per loro la conferma della voce che già correva, cioè che Dantès sarebbe stato nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato a bordo, quelle brave persone facevano capire in quel modo all’armatore che una volta tanto la scelta era in sintonia con i desideri dei subordinati.
Appena il signor Morrel fece la sua comparsa, Danglars e Caderousse furono unanimemente incaricati di andare a cercare i fidanzati: dovevano avvisarli dell’arrivo del personaggio importante il cui arrivo aveva suscitato così grande impressione, e dire loro di affrettarsi.
Danglars e Caderousse partirono di corsa, ma non avevano fatto cento passi che scorsero il piccolo gruppo che si stava avvicinando. Quel piccolo gruppo era composto di quattro ragazze catalane, amiche di Mercedes, che accompagnavano la fidanzata, alla quale Edmond teneva il braccio. Vicino alla futura sposa camminava il vecchio Dantès e dietro di loro camminava Fernand, con un sogghigno sinistro. I due poveri ragazzi erano talmente felici che non vedevano altro che se stessi e quel bel cielo che li benediceva. Danglars e Caderousse svolsero la loro missione di ambasciatori. Poi, dopo aver scambiato una stretta di mano vigorosa e amichevole con Edmond, Danglars andò sedersi vicino a Fernand e Caderousse di fianco al padre di Dantès, ora centro dell’attenzione generale.
Il vecchio indossava il suo bel vestito di seta, ornato di larghi bottoni di acciaio sfaccettati. Le gambe, sottili ma muscolose, erano coperte da magnifiche calze di cotone molto elaborato, probabilmente di contrabbando inglese. Dal suo cappello a tre punte scendevano un nastro bianco e uno azzurro. Si appoggiava a un bastone di legno lavorato e curvo nella parte superiore, come il pedum degli antichi. Pareva uno di quegli elegantoni che nel 1796 si pavoneggiavano nei giardini riaperti del Luxembourg e delle Tuileries.
Di fianco a lui, come abbiamo detto, si era messo Caderousse, che la speranza di un buon pranzo aveva fatto riconciliare con i Dantès, e a cui ormai non rimaneva nella mente che solo un vago ricordo di quanto era accaduto il giorno prima, come quando ci si sveglia al mattino con qualche memoria del sogno fatto la notte.
Danglars, avvicinandosi a Fernand, aveva gettato al catalano imbronciato uno sguardo profondo. Fernand camminava dietro ai fidanzati, completamente trascurato da Mercedes che, con l’egoismo giovanile tanto caro all’amore, aveva occhi solo per il suo Edmond. Fernand era pallido, con improvvisi rossori che lasciavano il passo a pallori sempre più evidenti.
Ogni tanto guardava verso Marsiglia e allora un fremito nervoso e involontario lo percorreva da capo a piedi. Sembrava aspettare o almeno prevedere qualche avvenimento. Dantès era vestito con semplicità. Appartenendo alla marina mercantile indossava un abito tra l’uniforme militare e l’uniforme civile; e con quest’abito il suo bell’aspetto, anche per la gioia e la bellezza della sua fidanzata, appariva superbo. Mercedes era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Camminava con il passo agile e tranquillo delle andaluse. Una ragazza di città avrebbe forse cercato di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto le palpebre, ma Mercedes sorrideva e guardava tutto ciò che aveva intorno; il suo sorriso e il suo sguardo dicevano palesemente quanto le parole avrebbero faticato: “Se mi siete amici rallegratevi, perché sono davvero molto felice”.
Quando i due fidanzati e i loro accompagnatori furono in vista della Réserve, Morrel scese e andò loro incontro, seguito dai marinai e dai soldati, con i quali era rimasto, confermando la promessa già fatta a Dantès: sarebbe stato il successore del capitano Leclère. Edmond, vedendolo arrivare, lasciò il braccio della fidanzata e lo cedette a Morrel. L’armatore e la ragazza diedero allora l’esempio e salirono per primi la scala di legno che portava alla stanza dove era stato preparato il pranzo. La scala scricchiolò per cinque minuti sotto i passi pesanti dei convitati.
«Padre mio – disse Mercedes fermandosi al centro della tavola – voi starete alla mia destra, alla mia sinistra metterò colui che fino ad ora è stato per me un fratello» e lo disse con una dolcezza che penetrò fino al fondo del cuore di Fernand come un colpo di pugnale.
Le sue labbra si contorsero e sotto il colore scuro del suo viso virile si poté vedere ancora una volta il sangue ritrarsi a poco a poco per affluire al cuore. Intanto Dantès aveva eseguito la stessa manovra: alla sua destra aveva messo il signor Morrel, alla sinistra Danglars, poi con la mano aveva fatto segno che ognuno prendesse posto a suo piacere. Per la tavola circolavano già i salami di Arles, con le carni scure e affumicate, le aragoste con il loro roseo carapace, i ricci di mare che sembrano castagne circondate da una scorza spinosa, le vongole che per i ghiottoni del Mezzogiorno sono buone più delle ostriche del Nord, e tutti qui crostacei delicati che le onde gettano sulla spiaggia sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano con il nome di frutti di mare.
«Che bel silenzio! – disse il vecchio Dantès gustando un bicchiere di vino giallo topazio che papà Pamphile in persona aveva portato da Mercedes – si direbbe che qui ci sono trenta persone che non chiedono altro se non di ridere…»
«Eh, un marito non è sempre allegro» disse Caderousse.
«Il fatto è – disse Dantès, – che sono troppo felice in questo momento. Se è così che intendete, caro vicino, avete ragione. La gioia talvolta fa uno strano effetto: opprime come il dolore»
Danglars osservò Fernand dal cui carattere impressionabile traspariva ogni emozione.
«Andiamo – disse – avete forse qualche timore? Mi sembra al contrario che tutto vada secondo i vostri desideri»
«Ed è proprio questo che mi spaventa  – disse Edmond – a me sembra che l’uomo non sia fatto per raggiungere così facilmente la felicità! La felicità è come quei palazzi delle isole incantate le cui porte hanno i draghi per guardiani: bisogna combattere per conquistarli e io in verità non so quale merito io abbia conquistato per ricevere la ricompensa della felicità di essere il marito di Mercedes»
«Marito, marito… – disse Caderousse ridendo – non ancora, mio caro capitano, prova a vedere per un po’ com’è fare il marito, e vedrai come sarai ricevuto!»
Mercedes arrossì. Fernand si agitava sulla sedia e rabbrividiva al minimo rumore; di tanto in tanto il catalano si asciugava grosse gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, come le prime gocce di un urgano.
«In fede mia, vicino Caderousse – disse Dantès guardando l’orologio – non è un grave errore, per così poco. Mercedes non è ancora mia moglie, è vero… Ma tra un’ora e mezza lo sarà»
Tutti gettarono un grido di sorpresa, eccetto Dantès padre, il cui largo sorriso mostrò denti ancora belli. Mercedes sorrise e non arrossì più. Fernand afferrò convulsamente l’impugnatura del coltello.
«Fra un’ora! – esclamò Danglars, anche lui impallidito – … E come?»
«Sì, amici miei – rispose Dantès – grazie alla buona reputazione del signor Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre devo di più a questo mondo, tutte le difficoltà possono dirsi appianate: abbiamo fatto le pubblicazioni e alle due e mezzo il sindaco di Marsiglia ci attende al Palazzo della città. Essendo l’una e un quarto, non credo di essermi sbagliato poi molto nel che tra un’ora e trenta minuti Mercedes si chiamerà signora Dantès».
Fernand chiuse gli occhi: una nube di fuoco gli bruciò le palpebre; si appoggiò al tavolo per non cadere, ma nonostante tutti i suoi sforzi non poté trattenere un sordo gemito che si perse nel rumore delle risate e delle felicitazioni degli altri.
«È così che si fa, no? – disse papà Dantès – Vi sembra si possa dire che questo è perder tempo? Arrivato ieri mattina, oggi sposato! I marinai sì che sanno arrivare alla meta!»
«Ma le altre formalità?»
«Il contratto? – disse Dantès ridendo – il contratto è fatto: Mercedes non ha niente, e io nemmeno! Ci sposiamo nel regime della comunione dei beni: non è lungo da scrivere, e nemmeno da pagare!»
Questa risposta provocò una nuova esplosione di gioia e di evviva.
«E quindi quello che crediamo essere un pranzo di fidanzamento – disse Danglars – è in realtà un pranzo di nozze?»
«No – disse Dantès – state tranquilli, non ci perdete nulla. Domani mattina parto per Parigi; cinque giorni per andare e cinque per tornare, un giorno per eseguire coscienziosamente la commissione di cui sono stato incaricato, e il 12 marzo sarò di ritorno. Il 12 marzo, quindi, ci sarà il vero pranzo di nozze»
La prospettiva di un nuovo festino raddoppiò la felicità generale, al punto che papà Dantès, che all’inizio del pranzo si lamentava del silenzio, ora, in mezzo alla conversazione generale, tentava inutilmente di far udire il suo augurio di prosperità ai futuri sposi. Dantès indovinò il pensiero di suo padre e ringraziò con un sorriso pieno d’amore. Mercedes guardò l’orologio della sala e fece un piccolo segno a Edmond. Regnava nella sala, intorno al tavolo, quell’allegria rumorosa tipica della fine dei pranzi della gente di bassa condizione. Chi era poco soddisfatto del suo posto si era alzato da tavola e aveva cercato altri vicini. Tutti si parlavano uno sopra l’altro, e nessuno si preoccupava di rispondere a chi gli faceva domande.
Il pallore di Fernand era passato identico alle guance di Danglars; e il primo sembrava ormai senza vita, un dannato in un lago di fuoco. Si era alzato tra i primi e camminava per tutta la sala, cercando di isolare i suoi orecchi dal rumore delle canzoni e dal cozzare dei bicchieri. Caderousse gli si avvicinò nel momento in cui Danglars, del quale sembrava voler evitare la compagnia, lo raggiungeva in un angolo della sala.
«In verità – disse Caderousse, a cui soprattutto il buon vino di papà Pamphile aveva tolto i resti dell’odio di cui la felicità inattesa di Dantès aveva gettato i germi nella sua anima – in verità Dantès è un galantuomo e quando lo vedo seduto vicino alla sua fidanzata mi dico che sarebbe stato davvero cattivo fargli il brutto scherzo che tramavate ieri»
«Tu stesso hai visto – disse Danglars – che la cosa non è andata oltre alla fantasia. Il povero Fernand era così sconvolto che sulle prime mi aveva fatto pena; ma dal momento che ha scelto di essere il primo testimone alle nozze del suo rivale, non c’è più niente da dire a riguardo»
Caderousse guardò Fernand. Era livido.
«Il sacrificio è tanto più grande – continuò Danglars – in quanto la ragazza è molto bella. Accidenti, che fortunato furbetto è il mio futuro capitano! Vorrei chiamarmi Dantès, anche solo per dodici ore»
«Partiamo? – disse Mercedes – suonano le due e ci aspettano per le due e un quarto»
«Sì sì, partiamo subito» disse deciso Dantès.
In quello stesso istante Danglars, che non perdeva di vista Fernand, fisso al davanzale della finestra, lo vide spalancare due occhi spaventati, alzarsi come per un sussulto e ricadere al suo posto. Quasi simultaneo risuonò per le scale un rumore sordo: il rumore di passi e il brusio confuso di voci, accompagnati dal cozzare di armi, superò le rumorose esclamazioni dei convitati e attirò l’attenzione generale, che si manifestò all’istante con un inquieto silenzio.
Il rumore si fece vicino: risuonarono tre colpi alla porta. Ognuno guardò il proprio vicino con sguardo sorpreso.
«In nome della legge!» gridò una voce vibrante, alla quale nessuno rispose.
La porta si spalancò e un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò nella sala seguito da quattro soldati armati e relativo caporale. L’inquietudine cedette ora al terrore.
«Che succede? – chiese l’armatore facendosi avanti, rivolto al commissario che conosceva –Certamente, signore, ci dev’essere un errore»
«Se c’è un errore, signor Morrel – rispose il commissario – state certo che sarà riparato. Intanto porto con me un mandato d’arresto, e anche se eseguo quest’ordine con dispiacere, sono obbligato ad eseguirlo: chi di voi, signori, è Edmond Dantès?»
Tutti gli sguardi ricaddero sul giovane che, di certo scosso ma fermo nella sua dignità, fece un passo avanti e disse: «Sono io, signore, che cosa volete da me?»
«Edmond Dantès – riprese il commissario – in nome della legge siete in arresto»
«Mi arrestate! – disse Edmond con un leggero pallore – ma perché sono in arresto?»
«Io, signore, non lo so; ma voi lo saprete di certo al vostro primo interrogatorio»
Morrel capì che non c’era niente da fare contro l’evoluzione della situazione, almeno per il momento: un commissario cinto della sua sciarpa non è più un uomo, è l’esecutore della legge. Il vecchio invece si precipitò verso l’ufficiale; ci sono cose che il cuore di un padre o di una madre non capiranno mai. Pregò e supplicò, ma lacrime e preghiere non poterono nulla; la sua disperazione era tuttavia così grande che il commissario ne rimase commosso.
«Signore – disse – state tranquillo. Forse vostro figlio ha trascurato qualche formalità di dogana o di sanità e molto probabilmente quando avrà dato le dovute spiegazioni sarà rimesso in libertà»
«Ma tutto questo che significa?» chiese Caderousse aggrottando le sopracciglia a Danglars che fingeva di essere sorpreso.
«E che ne so io? – disse Danglars – Sono nella tua stessa situazione: vedo quello che accade e non ci capisco niente»
Caderousse cercò con gli occhi Fernand: era scomparso. Tutta la scena del giorno prima gli si materializzò nella mente con terribile chiarezza. Si sarebbe detto che la catastrofe riuscisse nel sollevare il velo che l’ubriachezza del giorno prima aveva calato tra lui e la sua memoria.
«Ehi ehi!– disse con voce rauca – sarebbe questa la conseguenza dello scherzo di cui parlavi ieri, Danglars? In questo caso, guai a chi l’avesse messa in atto, perché sarebbe una vera infamia»
«Niente affatto. – esclamò Danglars – Sai bene che invece ho stracciato il foglio»
«Non l’hai stracciato! – esclamò Caderousse – L’hai spiegazzato e gettato in un angolo, non l’hai stracciato!»
«Taci, che non hai visto nulla. Eri ubriaco»
«Dov’è Fernand?» chiese Caderousse.
«E che ne so! – rispose Danglars – Sarà andato a farsi i fatti suoi. Ma invece di occuparci di questo, cerchiamo di consolare i poveri afflitti»
Infatti, mentre aveva luogo questa conversazione, Edmond aveva stretto sorridente la mano a tutti gli amici e si era costituito prigioniero dicendo: «State tranquilli, l’errore sarà presto chiarito e probabilmente non arriverò neppure alla prigione»
«Oh, certamente, ne risponderei io» disse Danglars che in quel momento si stava avvicinando, come abbiamo detto, al gruppo principale. Dantès scese la scala preceduto dal commissario di polizia e circondato dai soldati. Una carrozza con lo sportello aperto aspettava davanti alla porta; salì e due soldati e il commissario dopo di lui. Lo sportello si richiuse, e la carrozza riprese la via di Marsiglia.
«Addio Dantès! addio Edmond!» gridava Mercedes sporgendosi dalla terrazza.
Il prigioniero intese quest’ultimo grido, uscito come un singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata; si sporse a sua volta dalla portiera e gridò: «Arrivederci, Mercedes!» e scomparve dietro un angolo del forte Saint-Nicolas.
«Aspettatemi qui – disse l’armatore – prendo la prima carrozza che vedo e corro a Marsiglia; vi porterò notizie»
«Andate! – gridarono tutti – andate e tornate presto!»
Dopo questa duplice partenza ci fu un momento di terribile stupore che sconfortò coloro che erano rimasti; Il vecchio e Mercedes rimasero isolati per qualche tempo, ognuno assorto nel proprio dolore. Poi i loro occhi si incontrarono; si riconobbero come due vittime colpite dalla stessa sventura e si gettarono l’uno nelle braccia dell’altra. In quel momento rientrava Fernand, che si versò un bicchiere d’acqua, lo bevve e andò a sedersi su una sedia. Il caso volle che Mercedes, uscita dalle braccia del vecchio, si andasse a sedere proprio lì di fianco. Fernand, con un movimento totalmente incontrollato, spostò indietro la propria sedia. «È stato lui» disse Caderousse Danglars, che non aveva perso di vista il catalano.
«Non credo – rispose Danglars – è stupido come un animale; in ogni caso, il colpo ferisca chi l’ha sferrato»
«Non hai detto niente su chi lo ha consigliato» disse Caderousse.
«In fede mia, – disse Danglars – se dovessimo essere responsabili di tutto quello che si dice così, all’aria…»
«Sì, se quello che si dice all’aria ricade sulla testa di un innocente!»
Intanto gli altri convitati commentavano in piccoli gruppi l’arresto, ognuno facendo la propria supposizione. «E voi, Danglars – chiese qualcuno – che pensate dell’accaduto?»
«Io – disse Danglars – credo che abbia portato qualche merce proibita»
«In questo caso lo avreste dovuto sapere, visto che siete il contabile della nave»
«Sì, è vero; ma il contabile conosce solo quanto a lui dichiarato: so che abbiamo un carico di cotone, e basta; so che abbiamo ritirato il carico ad Alessandria dal signor Pastret, e a Smirne dal signor Pascal, niente di più»
«Ora mi ricordo – mormorò il povero padre– che ieri mi ha detto di avere una cassa di caffè e una di tabacco per me»
«Vedete – disse Danglars – si tratta di questo: mentre non c’eravamo la dogana avrà fatto dei controlli a bordo del Pharaon e avrà scoperto il contrabbando»
Mercedes non lo credeva affatto; soffocato fino a quel momento il suo dolore, a un tratto scoppiò in lacrime.
«Coraggio, coraggio! Speriamo!» disse papà Dantès senza sapere bene quello che diceva.
«Speriamo!» ripeté Danglars.
«Speriamo» tentò di mormorare Fernand. Ma questa parola lo soffocò; le sue labbra si contrassero e non ne uscì suon alcuno.
«Amici!– gridò uno dei convitati rimasto di vedetta sulla terrazza – amici, una carrozza… Ah! è il signor Morrel! Coraggio, coraggio! Di certo ci porta delle buone notizie»
Mercedes e il vecchio padre corsero incontro all’armatore, che incontrarono sulla porta. Il signor Morrel era pallidissimo.
«Ebbene?» chiesero con una sola voce.
«Ebbene, amici miei – rispose l’armatore scuotendo la testa – la cosa è più grave di quanto potessimo pensare»
«Oh, signore – gridò Mercedes – è innocente!»
«Ne sono convinto – rispose il signor Morrel – ma è accusato…»
«Di che cosa, dunque?» chiese il vecchio Dantès.
«Di essere un agente bonapartista!»
I lettori che hanno vissuto l’epoca in cui accadde questa storia, si ricorderanno quanto terribile fosse l’accusa riferita dal signor Morrel. Mercedes gettò un grido e il vecchio si lasciò cadere su una sedia.
«Ah! – mormorò Caderousse – mi hai ingannato, Danglars. Quello che dicevi essere solo uno scherzo è stato fatto. Ma io non voglio lasciar morire di dolore questo vecchio e questa ragazza; vado da loro a dire tutto»
«Taci, disgraziato! – esclamò Danglars afferrando la mano di Caderousse – o non risponderò della tua vita; chi ti dice che Dantès non sia davvero colpevole? Il bastimento si è fermato all’isola d’Elba, lui è sceso, è rimasto un giorno intero a Portoferraio; se hanno trovato qualche lettera compromettente, potrebbero definire suoi complici coloro che lo hanno difeso»
Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoista e comprese tutta la solidità del ragionamento; guardò Danglars con occhi inebetiti dal timore e dal dolore, e per un passo che aveva fatto in avanti ne fece due indietro.
«Allora aspettiamo» mormorò.
«Sì, aspettiamo – disse Danglars – se è innocente sarà rimesso in libertà; se è colpevole, è inutile compromettersi per un cospiratore»
«Allora andiamocene, non riesco a stare più a lungo in questo posto»
«Sì, vieni – disse Danglars, contento di trovare un compagno di ritirata – lasciamo che risolvano da soli il problema».
E se ne andarono. Fernand, ridiventato il sostegno della ragazza, prese Mercedes per la mano e la ricondusse ai Catalani. Gli amici di Dantès riaccompagnarono ai viali di Meilhan il vecchio quasi svenuto. Ben presto la voce che Dantès era stato arrestato come agente bonapartista si sparse in tutta la città.
«L’avreste mai creduto, mio caro Danglars? – disse il signor Morrel raggiungendo il contabile e Caderousse con la volontà di tornare in fretta in città per avere notizie dirette di Edmond dal sostituto procuratore del re, signor di Villefort, che conosceva un po’ – l’avreste mai creduto?»
«Diamine, signore! – rispose Danglars – ve l’avevo detto che Dantès non si sarebbe mai fermato senza alcun motivo all’isola d’Elba, e come sapete questa puntata mi era sembrata sospetta»
«Ma avete detto a qualcuno, oltre che a me, di questo vostro sospetto?»
«Me ne sarei ben guardato – aggiunse a bassa voce Danglars – sapete bene che a causa di vostro zio Policar Morrel, fedelissimo all’altro e orgoglioso del suo pensiero, voi siete sospettato di rimpiangere Napoleone. Avrei temuto di far del male a Edmond, e anche a voi; ci sono cose che un subordinato deve dire al proprio armatore, ma lasciare nascoste agli altri.»
«Bene Danglars, ottimo – disse l’armatore – avete la testa sulle spalle; per questo avevo pensato anche a voi, nel caso in cui il povero Dantès fosse diventato capitano del Pharaon»
«In che senso, signore?»
«Beh, avevo chiesto a Dantès cosa pensasse di voi e se ci sarebbero stai problemi nel lasciarvi al vostro posto; ho visto qualche tensione tra di voi.»
«E lui cos’ha detto?»
«Che pensava a dire il vero di aver avuto qualche screzio con voi in una certa circostanza non meglio specificata, ma che chiunque avesse la fiducia del suo armatore aveva anche la sua.»
«Che falso!» mormorò Danglars.
«Povero Edmond! – disse Caderousse – era davvero un ragazzo bravissimo!»
«Sì, ma ora – disse Morrel – il Pharaon è senza un capitano.»
«Oh! – disse Danglars – non potendo ripartire prima di tre mesi, c’è da sperare che Dantès venga rilasciato in tempo.»
«Si spera, ma fino al rilascio?»
«Ebbene, fino a quel momento io sono qui, signor Morrel – disse Danglars – sapete bene che so tenere una nave quanto un capitano di esperienza. E poi, incaricando me, non dovrete lasciare a casa nessuno quando Dantès uscirà di prigione: lui riprenderà il suo posto, e io il mio»
«Grazie Danglars – disse l’armatore – è una buona soluzione. Prendete dunque il comando, vi autorizzo, e sorvegliate lo sbarco: nonostante quello che succede alle persone, gli affari devono proseguire»
«State tranquillo, signore; ma sarà possibile almeno vederlo, il buon Edmond?»
«Ve lo dirò tra poco, Danglars; cercherò di incontrare il signor di Villefort e cercare di ottenere qualcosa per Edmond. So che è un realista arrabbiato, ma, diavolo!, anche se realista e procuratore del re, è pur sempre un uomo, e non penso che sia cattivo»
«No – disse Danglars – ma mi hanno detto che è molto ambizioso, e le due cose a volte non si distinguono.»
«Insomma – disse il signor Morrel sospirando – si vedrà; salite a bordo, vi raggiungo.»
E lasciò i due amici per avviarsi verso il palazzo di giustizia.
«Lo vedi – disse Danglars a Caderousse – che verso sta prendendo la storia? Hai ancora voglia di andare a liberare Dantès?»
«No, senza dubbio – disse Caderousse – ma è terribile che da uno scherzo si arrivi a simili conseguenze»
«Diavolo, ma chi è stato? Non tu, non io; è stato Fernand. Tu hai visto che ho gettato quel foglio di carta in un angolo, anzi pensavo di averlo stracciato»
«No, no – disse Caderousse – di questo sono certo: me lo vedo ancora, spiegazzato e appallottolato in un angolo, e vorrei che fosse rimasto là.»
«Cosa ci vuoi fare? Fernand l’avrà raccolto, copiato o fatto copiare, o forse nemmeno questo. Ora che ci penso… oddio! E se avesse spedito la mia lettera? Per fortuna avevo falsificato la scrittura… »
«Quindi tu sapevi che Dantès era un cospiratore?»
«Assolutamente no. Come ho detto, credevo di fare soltanto uno scherzo. Sembra che, come Arlecchino, scherzando io abbia detto la verità»
«È lo stesso – disse Caderousse – non so cosa darei perché questa faccenda non fosse mai capitata, o almeno non ne fossi finito coinvolto. Vedrai che ci porterà sfortuna!»
«Se porterà sfortuna a qualcuno, sarà al vero colpevole, e il vero colpevole è Fernand. Non certo noi. Cosa vuoi che ci succeda? Dobbiamo solo starcene tranquilli, muti su quanto è successo e il temporale passerà senza che cadano fulmini.»
«Amen!» disse Caderousse facendo un cenno di saluto a Danglars e poi andando verso i viali di Meilhan, scuotendo la testa e parlando tra sé come fanno le persone assorte nelle preoccupazioni.
«Bene! – disse Danglars – tutto procede come avevo previsto: eccomi capitano ad interim e poi, se quello stupido di Caderousse starà zitto, capitano effettivo. Resta l’eventualità che la giustizia rimetta in libertà Dantès, ma – aggiunse con un sorriso – la giustizia è la giustizia e in lei confido.»

Saltò in una barca ordinando al conducente di portarlo a bordo del Pharaon, dove lo aspettava, come il lettore ricorda, l’armatore Morrel.